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Juventus, perché questa squadra continuerà a volare

Juventus, perché questa squadra continuerà a volare

Neymar arriva all’Olympiastadion canticchiando e sorridendo, con le cuffione d’ordinanza e dopo un paio d’ore se ne va gridando «campeãooo» con la coppona in mano. È questa la fotografia della serata dell’anno, il prima e il dopo che t’aspetti perché lo dicevano i numeri, lo diceva la logica, lo dicevano pure gli juventini per scaramanzia. Non è bastata, a nulla servito anche il leccalecca con cui Pogba ha provato a esorcizzare la tensione: ma il ragazzo si farà, a 22 anni ha intanto annusato l’aria di una finale di Champions e scommettiamo con chiunque che lo rivedremo su questi schermi nei prossimi anni, magari proprio con la maglia della Juventus, che torna a casa consapevole che quella di Berlino non è stata un’avventura: abbiamo toccato con mano che il gap tecnico con le grandi d’Europa è sensibilmente accorciato, ha un allenatore, Allegri, che - nomen omen - sa quello che fa, la società culla piani ambiziosi e ne ha la piena facoltà, anche economica.

In sintesi calcistica, Calciopoli può dirsi definitivamente chiusa: non ci permettiamo di parlare per tutti quelli che si sentono ancora feriti, danneggiati o addirittura ingannati da una vicenda che ritengono tutt’altro rispetto alla “versione ufficiale”. Ma sul campo - come amano dire - il lungo viaggio inferno/paradiso è finito. La Juve è tornata e può gridarlo, il carattere con cui è rimasta viva ieri sera, attaccata al sogno Triplete, non ammette passi indietro.

Poteva andare meglio, è vero, quei tre che su questo stesso campo c’erano anche il 9 luglio 2006 confidavano che l’erba si colorasse ancora d’azzurro, con riflessi bianconeri. Invece

Pirlo si è un po’ smarrito in quella stessa rete che a lungo ha ingabbiato pure Messi, Barzagli ha sudato sette camice e Buffon ha dato prova che nel taschino ha le chiavi della macchina del tempo, con un paio di interventi da eterno ragazzino. Resta, micidiale, quella maledizione chiamata Champions per Gigi, che anche ieri a 37 anni si è esibito in numeri da Pallone d’oro alla carriera nonostante la mezza incertezza sul gol del 2-1.

A chi, fra i blaugrana, finirà il dorato riconoscimento annuale, è probabilmente scontato (vero Leo?), certo che di simboli in quersto Barcellona ce ne sono da impallidire: Iniesta, alla quarta Champions; Xavi, anche lui col poker in tasca e al passo d’addio; quel diavolo di Suarez; il lanciatissimo Neymar; ma anche e soprattutto quel Rakitic che ha sbloccato la partita (quarto gol più veloce di sempre in una finale Champions: il più rapido, 56”, è di Maldini nella serata incubo di Istanbul), l’uomo che ha innescato e contribuito al cambiamento rivoluzionario in Catalogna: dalla ragnatela totale alla filosofia verticale. A Cruijff piacerà?

E proprio in terra di Germania si completa la nemesi blaugrana sull’ex Guardiola, mai così in difficoltà proprio nel momento in cui Luis Enrique, che nove mesi fa sembrava un equivoco, si permette di guardare tutti con l’aria del conquistador. Celtic 67, Ajax 72, Psv 88, Man United 99, Barça 2009, Inter 2010, Bayern 2013: a queste signore squadre era riuscito il Triplete, il Barça fa il bis unica in Europa. Dovrà rinnovare molto, il mercato bloccato complicherà la sostituzione dei senatori ormai arrugginiti, ma intanto si ripiazza sul trono d’Europa.
La Juve? S’inchina, ma a testa alta. Ne risentiremo parlare presto.

di Tommaso Lorenzini

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