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Il commento

Fabrizio Biasin: perché sto con Thohir, l'indonesiano troppo serio per essere preso sul serio

Fabrizio Biasin: perché sto con Thohir, l'indonesiano troppo serio per essere preso sul serio

Cose che ha fatto Erick Thohir nelle ultime due settimane (ovvero dal suo ritorno a Milano): ha visto l’Inter perdere a Firenze, ha visto l’Inter vincere con la Samp, ha accolto Mou e Ronaldo al Meazza invitati dall’ex presidente, ha abbracciato Massimo Ferrero che gli aveva dato del filippino, ha scelto e accolto il nuovo chief administrator Giovanni Gardini, ha dato l’ok a Piero Ausilio per l’ingaggio del parametro zero Ever Banega, ha parlato novanta minuti con Barbara Berlusconi per la questione «nuovo San Siro», le ha detto «noi siamo disposti a investire», ha letto un paio di tonnellate di quotidiani che titolavano «Thohir vuole vendere?», è andato a Londra per sistemare fattacci suoi legati ad altre aziende, ha incontrato personalmente i responsabili di tutte le aree societarie (quella commerciale, quella marketing, quella digital), ha presieduto il cda dove ha snocciolato notizie non propriamente belle ma neanche così allarmanti, ha convocato giornalisti di carta stampata e televisivi per ribadire che il suo progetto è quinquennale e che non ha alcuna intenzione di levarsi dalle balle, ha spiegato che a prescindere dal risultato stagionale ha già pronti due diversi piani di intervento, ha convocato e salutato tutti i dipendenti, ha parlato di Mancini, ha usato parole al miele per chi gli ha permesso di diventare presidente dell’Inter (e cioè Moratti), ha spiegato che con l’Uefa c’è un’intesa comune che procede senza intoppi, ha fatto capire che è il primo a sapere che centinaia milioni di debiti non sono uno scherzo ma ha anche spiegato che non si aspettava che i quattrini spuntassero nei prati di Appiano come margherite, ha infine chiarito in modo molto elegante che non è venuto in Italia a pettinar le bambole. Il tutto col sorriso stampato sulle labbra. Sempre. Un altro al suo posto avrebbe mandato tutti a Giacarta.


di Fabrizio Biasin

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