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La mia corsa verso la pasta

Superato il traguardo, nel giro di un’ora mi mettevo ai fornelli. Ho scoperto la maratona dopo un infortunio da calciatore

LA MIA CORSA VERSO LA PASTA

«Adoro il buon cibo. Che è anche la filosofia del mio lavoro di chef: poco,ma buono. Così mi preparavo per allenarmi e poi per le gare. Prima di una corsa però non mangiavo quasi nulla. Mi mettevo a tavola dopo un’ora ». Davide Oldani

Tra gli chef italiani, almeno fra quelli che hanno raggiunto anche la notorietà televisiva, è decisamente il più sportivo. Ha iniziato giocando a calcio arrivando fino alla C2. Poi la passione per la corsa e la maratona e, infine, quella attuale per il ciclismo. «A 16 anni giocavo in C2, nella Rhodense. Ero un centravanti. Avrei potuto fare strada, dicevano. Il mio sogno era di indossare la maglia dell’Inter. Poi ho dovuto smettere per una frattura della tibia e del perone. Sono sempre stato portato al gioco di squadra e questo spirito influisce anche sul mio lavoro al ristorante », ha raccontato una volta.

Davide Oldani ha infatti un ristorante tutto suo a San Pietro all’Olmo, frazione di Cornaredo - in provincia di Milano, il paese di cui è originaria la sua famiglia. Ha lavorato con i più grandi cuochi d’Europa: il suo maestro è stato Gualtiero Marchesi, è stato poi a Londra con Albert Roux, ha lavorato a Montecarlo per Alain Ducasse e a Parigi con Pierre Hermè. Ha inventato la cucina pop: «Una cucina basata sulla semplicità e su materie prime umili». Ha scritto libri, partecipato a trasmissioni tv, creato progetti di design e tenuto lezioni all’Istituto Europeo di Design, ad Harvard, alla Hec di Parigi e alla Cattolica di Milano su filosofia del marketing destrutturato. Ha avuto una stella Michelin per il suo ristorante e la nomina ad Ambasciatore di Expo 2015. È un uomo che vive di passioni e tra le tante che ha c’è anche quella per lo sport. Non da vedere in televisione, ma da praticare all’aria aperta. «Il calcio è stata la mia prima passione. Però dopo un paio di infortuni alla tibia e al perone, è arrivata anche la rottura del menisco che mi ha definitivamente impedito di continuare a praticarlo e mi ha anche fatto abbandonare la corsa. Ora corro in bici». 

Come nasce la passione per la corsa. Perché ha deciso di accostarsi a questa disciplina? «Mi piaceva lo scatto. Le gare sui 100 e sui 200 metri. Negli anni 80, quando ho cominciato ad appassionarmi all’atletica, ammiravo Carl Lewis. Mi affascinava la velocità e infatti ho iniziato proprio correndo le gare veloci. Prima i 100, la sfida regina dell’atletica leggera, e poi anche i 200. La maratona arriva più tardi negli anni. Non so come sia successo,ma è stato un passaggio graduale: mi sono avvicinato alla disciplina che mi ha conquistato e non l’avrei più abbandonata se non avessi subito tutti quegli infortuni». 

Perché  proprio la maratona? «Perché per me era ed è un modo di evadere dalla quotidianità con la testa. Staccare da tutto e da tutti per un po’ e dedicarsi a se stesso. Mi aiutava molto a rilassarmi». 

Quante corse ha fatto? «Non ho tenuto il conteggio preciso. Ricordo però che mi allenavo molto. In modo costante e continuo. Fino ad una decina di anni fa uscivo anche tre volte alla settimana». 

Si ricorda la sua prima maratona? «Era quella organizzata dalla “Poli sportiva Laureus” di Milano. Avevo avuto un incidente a calcio.Mi ero appena ripreso e partecipai a quella manifestazione ». 

Qual è per lei il momento più esaltante della corsa sui 42 chilometri? «A metà percorso, quando senti che tutto funziona per il verso giusto e il tuo corpo, come si dice in gergo, è caldo. Una sensazione molto bella. Capita anche con il ciclismo ». 

La sua gara preferita? O quella che ricorda più piacevolmente? «Una corsa fatta sui colli piacentini. Poi mi piaceva molto allenarmi e correre a Milano. È una città che ha tanti posti per farlo: i miei preferiti erano l’Arena e la parte vicino all’ex Fiera. Con la bicicletta ci vado ancora». 

L’alimentazione per un atleta è importante e fondamentale. Lei seguiva qualche dieta particolare quando correva? «A me piace mangiare bene. Che è poi anche la filosofia del mio lavoro di chef: poco, ma buono. Ogni stagione ha i suoi cibi. E così mi preparavo per allenarmi e per le gare. Entrando poi nel dettaglio, prima di una corsa non mangiavo quasi nulla. Finita la corsa un bel piatto di pasta, ma solo un’ora dopo essere arrivato al traguardo». 

Lei una volta ha detto che per essere buoni sportivi bisogna mangiare bene. «Sì, bisogna saper abbinare gli ingredienti e nella preparazione di un menù non eccedere mai; per esempio, attenzione ai carboidrati: se ho la pasta non posso avere le patate nella portata principale e neppure un dolce con farina». 

Una curiosità, ma è vero che lei almeno un giorno alla settimana fa digiuno? «È vero. Un giorno alla settimana seguo quel regime, per 4 ho una dieta e per 2 mi sento libero di mangiare ciò che voglio ». 

Se dovesse riprendere l’attività podistica, ha un sogno da realizzare? «La passione non si è mai spenta e se non fosse per i miei acciacchi fisici, avrei già ripreso ad allenarmi. Correre di nuovo una maratona è un desiderio che vorrei realizzare. E mi piacerebbe partecipare alla maratona di New York».

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