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Ho corso quattro volte intorno al mondo

La maratona è un inno alla pazienza, l’oro di Seul il riassunto della mia vita. Ho iniziato con l’atletica per punizione. E pensare che volevo fare il portiere...

Ho corso quattro volte intorno al mondo

Lo scorso 2 aprile ha festeggiato i 57 anni come starter e runner di una corsa non competitiva a Valmontone (Roma) e, soprattutto, ha celebrato il 30° anniversario della medaglia d’oro alla maratona degli Europei di Stoccarda. Gelindo Bordin, auguri anche se un po’ in ritardo. Cosa fa oggi, corre ancora? «Certo, oltre ad essere responsabile marketing prodotto Diadora ». 

Ma allora la corsa è una “malattia”... «No, per niente. Io sono rimasto fermo per un po’ dopo la fine della carriera e poi ho ripreso per ricominciare in salute, in compagnia, per “provare” ad arrivare dietro». 

Scusi, la maratona oggi in quanto la chiude? «Poco tempo fa ho fatto 4 ore e 20 a Lucca, avendola preparato poco,  ma mi diverto come un matto a stare dietro, dove c’è euforia. Già fra quelli che corrono in 3 ore c’è la tensione di chi vuole finalmente abbattere questo muro». 

Quindi la corsa è per tutti? «Certo, l’uomo è nato per correre. Pensate al mondo di oggi, siamo sempre di corsa, qualunque cosa facciamo». 

Per caso ha tenuto conto dei chilometri fatti finora? «Dovrei essere sui 160.000 km, quattro volte il giro del mondo». 

Facendo fuori quante scarpe? «Tante, una media di 600 km a paio... fate voi il calcolo». Meglio di no, è da vertigini. Certo, anche pensare di correre i 42 km di una maratona non è uno scherzo, per chi non è abituato.

Che consigli darebbe a un neofita? «È tutto abbastanza personale, si fa prima a dire cosa non fare. Chi la corre per la prima volta deve tralasciare la parte competitiva, anche se l’agonismo c’è sempre. Non bisogna affrontare la maratona senza essere davvero preparati, perché non si improvvisa: ne conosco tanti che c’ hanno sbattuto la faccia, è poco piacevole. È una distanza lunga e va rispettata, anche se tutti la possono fare. La maratona è un inno alla pazienza, come tutta la corsa, è conoscere se stessi e il proprio fisico, per viverla bene come una cosa positiva». 

La sua “prima” la ricorda? «A Milano, nel 1984. Volevo avvicinarmi alla distanza, ero preparato e scelsi di partire lento. Poi, per fatalità, l’ho vinta». 

Gelindo, ma come ha cominciato a correre? «Per punizione». Cioè? «La mia prima passione sportiva è stata il calcio, tifavo Milan e facevo il portiere...». 

E dunque Ha iniziato correndo da porta a porta per fare gol? «Ma no. Un giorno, in terza media, l’insegnante di educazione fisica ci volle punire perché nessuno aveva portato i vestiti adatti alla lezione e ci obbligò a correre nel vicino campo sportivo in pantaloni, camicia, maglione e scarponi». 

Chi vinse? «Io, quattro giri del campo da calcio, circa 1 km e 600 metri. Staccai tutti e il prof rimase impressionato dalla facilità con cui arrivai davanti. Da quel giorno iniziò a spronarmi a praticare l’atletica leggera».

Ci vorrebbe anche oggi una “punizione” così per i ragazzi. «Sì, ma anche dare loro la possibilità di scoprire la corsa.  A Roma abbiamo fatto correre gente che non lo fa mai e ho visto tanta voglia fra i ragazzini. Certo, hanno abolito i Giochi della Gioventù: che errore, erano fondamentali per avvicinare i giovani all’atletica, era lì, nella scuola, che si raccoglievano i talenti. E la cosa più grave è stata aver tolto la dignità all’educazione fisica, la capacità di un ragazzo di accettare i propri limiti, capire le proprie potenzialità e confrontarsi con gli altri: sarebbe uno strumento di promozione sociale e di crescita umana formidabile». 

Facendo così forse abbiamo perso una generazione di atleti e tecnici? «Sicuramente, è una voragine, perché abbiamo tolto la connessione dei giovani con i campioni e i grandi testimonial. Ormai si guarda ai grandi della corsa come un qualcosa di irraggiungibile che arriva dall’Africa, ed è una cosa falsa, perché il dna è uguale per tutti». 

Una volta lei ha detto che l’Italia era «il Kenia bianco». «Bravo. Poi il mondo è cambiato. Trenta anni fa avevamo tanti tecnici perché il volontariato faceva parte del tempo libero, c’era tanta gente che si divertiva ad allenare i ragazzi e si creava una cultura. Da noi c’era uno dei gruppi di allenatori fra i più importanti al mondo». E oggi? «Oggi ci sono tanti giovani preparati ma forse hanno il limite di non riuscire a mettere l’asticella molto in alto. I nostri tecnici avevano imparato a vincere con noi, ed era un connubio armonioso di gente che puntava sempre più in alto». 

Per le Olimpiadi, però, speriamo in Meucci. «Ho grandi aspettative di veder diventare Daniele uno dei più forti al mondo. Ha iniziato da poco a fare la maratona e mi auguro che a Rio trovi la maturazione. Ma è giovane, ha 30 anni, non deve preoccuparsi. Anche io e Stefano Baldini, dopo un buon inizio, abbiamo avuto difficoltà, poi siamo venuti fuori alla giusta età. È muscolare, mi rivedo molto in lui». 

A proposito di lei, come ricorda l’oro di Seul ’88, con quel bacio alla pista? «Irripetibile, il riassunto in pochi secondi di anni di allenamento, dedizione, cose belle e momenti tremendi. È stato come un abbraccio a tutti coloro che hanno lavorato con me». 

Scusi Bordin, ma il nome di quel professore che la costrinse a correre lo ricorda ancora? «Come no, Mario Berno, è stato anche mio suocero».

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