Cerca

Insider

L'uomo segreto di Ranieri: chi c'è dietro al miracolo-Leicester. Non ne sentite mai parlare, ma...

Claudio Ranieri

Chissà cos’ha pensato di Steve Walsh, Claudio Ranieri, quando ha iniziato a lavorarci insieme, circa 10 mesi fa. Mentre il tecnico italiano iniziava la preparazione estiva con il Leicester, Walsh - capo degli osservatori e assistente del manager – vagava nel centro sportivo ripetendo: «Kanté, Kanté, Kanté». Un nome, un’ossessione per Steve, un tormento per Ranieri, che passò l’estate a domandarsi cosa avesse di tanto speciale questo Kanté, centrocampista francese semisconosciuto del Caen. L’insistenza di Walsh fu premiata e il Leicester lo prese in agosto (beffate Marsiglia e Lione), sommando la sua storia alle altre simili che avrebbero poi costruito la leggenda: Mahrez, che Walsh vide giocare con il Le Havre in seconda divisione francese, e Vardy, che il caposcout delle Foxes conosceva «dai tempi del Stocksbridge Park Steels», cioè da quando il giovane Jamie giocava per una squadra di ottava divisione a Sheffield. Dieci mesi fa, Ranieri non poteva ancora sapere che Steve Walsh sarebbe stato l’uomo chiave dell’impresa, uno dei segreti del successo in Premier League del Leicester cenerentola, anche perché il suo ruolo dirigenziale non esiste nell’immaginario dei club italiani. Walsh, infatti, è una figura – tutta britannica – meno vistosa e pubblica del direttore sportivo, ma più importante e influente del classico osservatore. Lavorando nell’ombra, lui ha costruito in quattro anni una rosa valutata oggi 130 milioni di euro, spendendone poco più di 40.

Nell’ufficio di fianco a quello di Walsh siede Craig Shakespeare, l’altro uomo chiave del miracolo. Non è solo un assistente, come recita l’organigramma: Shakespeare è un vice direttore che sa lavorare in ufficio così come di tuta vestito su un campo di calcio. È il collante tra la squadra e la società, l’azienda: i giocatori per lui sono come dei figli, e lui per loro è come un padre a cui confidare i problemi. Craig accolse Ranieri un’estate fa, mostrandogli le strutture del club ed esponendogli le abitudini della squadra: «Qui le cose vanno così. Niente ritiri, poca tattica, mangiano come dei lupi e il mercoledì riposo. Poi vedi tu». Come a dire, se cambi troppo finisce male. Ranieri non l’ha fatto, e in quel momento ha posato la prima pietra per la vittoria. In fondo, Claudio ha costruito la rivincita di una vita grazie alla qualità che lo aveva da sempre condannato: l’umiltà. La sua disponibilità nei confronti del club e della squadra ha fatto la differenza.

Il trionfo delle Foxes è dunque la conseguenza delle virtù di chi ci ha lavorato e per questo trascende la dimensione calcistica: è una lezione di successo aziendale. Chiunque ora può ambire alle stelle mentre si dimena nelle stalle: perché così ha fatto il Leicester. La vittoria, oltre alla portata dell’impresa a livello sportivo, vale doppio per il club perché lo ripaga di una serie di scommesse ad alto rischio. Il miliardario thailandese Vichai Srivaddhanaprabha, infatti, ha affrontato e vinto la Championship (la serie B inglese) 2013/14 senza badare a spese e investendo più di quanto avrebbe ricavato per raggiungere la Premier League. Nei 4 anni precedenti i bilanci erano sempre stati in rosso, con un deficit totale di quasi 100 milioni di sterline (circa 130 milioni di euro) così suddiviso: -15,2, -29,7, -34, -20,1. Il passaggio in Premier ha fatto respirare le casse della società, i ricavi sono cresciuti in maniera esponenziale da 31 a 104 milioni di sterline (133 milioni di euro) grazie ai diritti tv del massimo campionato. Nell’estate 2015 il Leicester ha chiuso il bilancio con un attivo di 31,1 milioni di sterline (quasi 40 milioni di euro) e grazie alla vittoria di quest’anno è atteso un ulteriore miglioramento, visto che il titolo frutterà circa 150 milioni di sterline.

Il club ha cercato la via del successo scommettendo su se stesso e sulle persone che lo compongono - come Walsh, Shakespeare o Ranieri - sulla loro etica e professionalità, garantendo loro il supporto di una struttura societaria solida e collaudata. Le squadre inglesi possono essere assunte a modello aziendale perché prediligono figure «verticali», in grado di fare egregiamente più cose, ad esempio il lavoro d’ufficio e quello sul campo. Queste persone, tra l’altro, non amando le copertine dei giornali preferiscono la condivisione dei meriti e lavorano più per l’azienda che per se stesse. Il risultato è evidente: meno persone, meno costi, meno confusione, più fiducia. In fondo, il Leicester ha vinto perché l’unione di intenti e di spirito è stata totale e dirompente, perché partendo dal basso (dal gruppo-squadra) ha pervaso l’alto (la società), prima di affascinare il mondo intero.

di Claudio Savelli

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog