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Fine di un'era

Lettera a Berlusconi: grazie, Silvio. Il Milan ai cinesi? Il tuo era di marziani

Lettera a Berlusconi: grazie, Silvio. Il Milan ai cinesi? Il tuo era di marziani

Mai avremmo voluto sentire Berlusconi annunciare la vendita del Milan ai cinesi. A lui per primo quelle parole devono esser sembrate fuori luogo, come se a pronunciarle fosse stato un suo doppio costretto alla resa da ragioni di bilancio e dalle esigenze del calcio globalizzato. La voce velata, lo sguardo liquido del grande combattente piegato dalla malattia lasciavano trasparire il senso d’una disfatta: soltanto l’aver guardato negli occhi la Grande Mietitrice deve averlo convinto a capitolare.

Prima di lui, noi milanisti eravamo i casciavit, avevamo vinto scudetti e agguantato due Coppe dei campioni, quando ancora non si diceva Champions, ma in compenso c’erano toccati presidenti come Farina e Colombo. Niente riusciva a piegarci, neppure l’umiliazione della serie B, una prima volta nell’81 per una storiaccia di scommesse e una seconda, l’anno seguente, per palese demerito. Eppure gli spalti di San Siro non si erano svuotati. La nobiltà nella sconfitta era la dote prima del popolo rossonero. Gli interisti, gran bauscia, pretendevano vittorie, altrimenti erano psicodrammi e anatemi. Noi no: agli undici in campo chiedevamo prima di tutto l’attaccamento alla maglia, l’abnegazione di dare tutto, finisse come finisse. In un Milan-Juve, campionato 1983-84, Damiani detto Flipper tirò un cazzotto a Cabrini e fu espulso; finì con una sconfitta per tre a zero. Sul tram, al ritorno dallo stadio, tutti a dire che aveva fatto benissimo, per punire una grave scorrettezza subita nell’incontro d’andata. Salvare l’orgoglio, questo contava. Era la proiezione, nell’effimero mondo calcistico, dello spirito ambrosiano, l’etica del lavoro, l’attitudine al sacrificio senza darlo a vedere.

Poi, nell’86, arriva un imprenditore edile che si era fatto un nome inventando la televisione commerciale italiana: Silvio Berlusconi. Le malelingue insinuano che avrebbe voluto comprarsi l’Inter, ma ci sarebbero voluti troppi soldi. Fatto sta che il Milan di Farina era a un passo dal precipizio. La squadra passò di mano per circa sei miliardi, una cifra contenuta: al Berlusca il fiuto per gli affari non ha mai difettato. L’anno successivo, cacciato Liedholm, sulla panchina si siede il giovane Arrigo Sacchi, buona educazione e tempra da rivoluzionario. La campagna acquisti è stratosferica, Donadoni, Massaro, Galli, Gullit e van Basten tra gli altri Paolo Maldini già c’era.

Il Milan, grazie a Berlusconi, subisce una mutazione genetica: diventa una macchina da spettacolo. Il campionato italiano è ormai vissuto come trampolino per affermarsi sulla scena internazionale. Gli ingaggi aumentano, così come gli investimenti. Noi casciavit, come accade alla fioraia di My Fair Lady, ci troviamo in un mondo sconosciuto e sfavillante, il presidente che plana sul prato di San Siro in elicottero, il presidente che arringa la curva, il presidente che promette e ottiene vittorie: il Milan c’est moi, manca soltanto di vederlo in campo. Cambia lo stile, l’approccio: la squadra è costruita attorno a lui e inanella vittorie su vittorie. Di conseguenza, per tenergli testa anche gli altri grandi club europei sono costretti ad adeguarsi. Comincia così la Champions come oggi la conosciamo.

Poi, il declino. La squadra non è più proprietà personale di Berlusconi: entra nella galassia Mediaset e deve rispettare rigidi limiti di bilancio. I costi per competere con qualche probabilità di successo sono ormai stratosferici, roba da emiri e oligarchi russi. I tifosi più giovani s’immalinconiscono; noi casciavit sopravvissuti non tolleriamo mediocri pallonari strapagati che girellano per il campo senza impegno e costrutto. Silvio, di tasca sua, scuce nell’ultimo biennio novanta milioni di euro, ma la campagna acquisti è deludente e la girandola di allenatori testimonia il fallimento. Prima di ricostruire la squadra, supponente e sfiancata, bisognerebbe mettere ordine a Casa Milan. Berlusconi lo sa benissimo e, a quanto si dice, l’avrebbe confidato qualche mese fa ai rappresentanti della curva. Fedele alle amicizie com’è, non se la sente di pensionare Galliani, che pretende una buonuscita stellare. Poi c’è Barbara, sua figlia, che forse ha sbagliato mestiere. La famiglia, d’altronde, gli ha fatto sapere che di soldi per il pallone non ce ne sono più. Così, alla fine, vende ai cinesi i problemi che non può e non vuole risolvere. Ci pensino loro. Il Milan, forse, potrà rialzare la testa. Per noi casciavit, saperlo con gli occhi a mandorla è come aver ricevuto un pugno nello stomaco. Per Silvio, quella firma dev’essere la peggiore sconfitta, altro che la perdita di Palazzo Chigi e del seggio in parlamento. Addio notti magiche, sognando un gol.

di Renato Besana

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