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La storia

Di Francesco, il ritratto: il tecnico che ha detto no al Cav e sogna l'Europa

Di Francesco, il ritratto: il tecnico che ha detto no al Cav e sogna l'Europa

Tre anni fa, più o meno in questi giorni d' estate, un giornalista belga s' aggirava per Carpineti, sede del ritiro del Sassuolo reduce dalla vittoria del campionato di B. Geert Foutre, aveva detto di chiamarsi quel giornalista, lavorava per Sport Voetbal Magazine, una rivista di calcio di Bruxelles. Da là era partito per conoscere quella squadra italiana «dal nome strano», difficile da pronunciare per uno straniero: «È un miracolo il Sassuolo», disse a fatica. Foutre intervistó il capitano della squadra, Francesco Magnanelli - reduce come il solo Pomini (terzo portiere) dalla Lega Pro - e tra le altre cose gli chiese dell' allenatore, di Di Francesco. Il capitano ciondolò un po' con la testa e giocherelló con le mani per prendere tempo, prima di ostentare una sicurezza disarmante nella risposta. Per parlare del suo allenatore citò Giulio Cesare, disse: «La parola conduce, l' esempio trascina». Per i giocatori del Sassuolo, Di Francesco è colui che indica la via, l' anima forte che protegge, consolida e fortifica le certezze di un club in crescita.
Eusebio e il Sassuolo sono perfetti insieme, perché uno al fianco dell' altro percorrono la stessa rampa di lancio.

Imparare dagli altri - Di Francesco indossa sempre quegli occhiali un po' da secchioncello, anche se a lui lo studio non è mai piaciuto. «Peró leggo molto», confida: è una passione tipica delle persone che assorbono dagli altri, che possono essere scrittori o allenatori o giocatori o presidenti. Da calciatore, Eusebio ha imparato soprattutto da Zeman e da Capello alla Roma, dove era arrivato a 28 anni, nel pieno della maturità calcistica. In quel periodo ha respirato quotidianamente l' aria pesante della grande squadra: la capitale è stata una palestra utile alla gestione della tensione. Da allenatore è stato temprato sia dalle esperienze positive (Pescara 2010 in Lega Pro e Sassuolo 2012/13 in B) e da quelle negative (Lanciano 2008/2009 in Lega Pro, Lecce 2011/12 in A), come l' esonero a fine gennaio 2014, al primo anno di massima serie con il Sassuolo, sull' orlo del baratro della retrocessione. «Torno se facciamo a modo mio», disse poi al presidente Squinzi: andó esattamente in quel modo e il Sassuolo si salvó. Quell' episodio ha irrigidito l' anima e levigato il cuore a Di Francesco, che più di prima ha imparato a imporsi e quindi a considerarsi. «Furono sei mesi di grande confusione, anche mia», ha poi confessato, «dopo l' esonero, sono stati i ragazzi a richiamarmi. Sono tornato senza sete di rivalsa e abbiamo ricominciato». A modo suo, appunto, con ordine e rigore. Esattamente quello che piace al patron Squinzi: le incomprensioni, se non uccidono, fortificano i rapporti.

«Taglia forte Domenico, taglia forte». Di Francesco osserva attentamente i movimenti di Berardi, l' ago della bilancia del suo tridente. È un giovedì di novembre, il campionato 2015/16 è iniziato da un paio di mesi. Il Sassuolo viaggia spedito, in linea con le aspettative da medio-alta classifica. Di lì a pochi mesi il sesto posto diverrà realtà. Di Francesco si sistema il cappellino, agita il braccio, piegando e distendendo il gomito a ripetizione. In mano ha un foglio piegato, su cui poco prima aveva scritto a penna qualche appunto, di fianco alle frecce tracciate sul campetto che riproducevano i movimenti da insegnare agli attaccanti esterni. La squadra sta svolgendo un esercizio per la fase offensiva: la palla parte dalla difesa, arriva alla mezzala che appoggia sul mediano, il quale verticalizza per la punta che va incontro e che a sua volta scarica per l' accorrente esterno offensivo che nel frattempo ha tagliato verso il centro del campo. È calcio codificato, verticale, veloce: la palla rade il terreno di gioco del vecchio stadio Enzo Ricci, fra i palazzi di piazza Risorgimento, nel cuore della città.

Il tempo e lo spazio - Qui giocava il Sassuolo, fino alla promozione in B nel 2008, oggi è il laboratorio della squadra di Eusebio Di Francesco, ogni tanto aperto ad aspiranti allenatori che accorrono entusiasti per prendere appunti sui suoi allenamenti. Berardi sente il richiamo del mister, ma ritarda di qualche decimo di secondo il movimento a tagliare il campo: non arriva sullo scarico della punta per questione di centimetri e reagisce stizzito. Di Francesco se ne accorge e gli si avvicina con fare paterno: «Domenico, il tempo è tutto nel calcio», gli sussurra posandogli una mano sulla spalla, «devi percepire l' attimo, sentire quando è il momento di partire». Il calcio di Di Francesco è tutto lì. Tempo e spazio, spazio e tempo: il pallone e i giocatori sono solo gli interpreti delle dimensioni del gioco. Non a caso il modulo di riferimento è il 4-3-3 ereditato da Zeman, ovvero quello che offre una migliore copertura del campo. Ma rispetto al boemo, rimasto spesso prigioniero delle catene del modulo, per Di Francesco il sistema è solo un pentagramma su cui scrivere la musica. Nell' impianto di gioco i calciatori agli ordini del tecnico pescarese trovano certezze, percepiscono i limiti delle loro competenze e quelli entro i quali possono dare il proprio contributo. L' esercizio si ripete: Berardi arriverà sempre puntuale, segnando a ripetizione nella porta difesa da Pegolo. Mister Di Francesco sorriderà ogni volta.

Il progetto Sassuolo - La valorizzazione dei giocatori è il cardine del progetto-Sassuolo e il motivo che ha portato Di Francesco a rifiutare il Milan, che lo ha cercato più volte nelle ultime estati prima di affidare la panchina a Mihajlovic e all' amico Montella, suo compagno nella stagione del tricolore della Roma (2000/01). In quella squadra Eusebio lavorava i palloni in mezzo al campo prima di trascinarli in avanti, consegnandoli poi a Batistuta e Montella. Non era un mediano Di Francesco, ma il suo era un calcio di fatica, di estrema generosità: fu Zeman a trasformarlo, da esterno a interno capace di sfruttare i movimenti a convergere di Totti. Lo stesso percorso che Di Francesco ha indicato a Missiroli, la proiezione del suo passato: come Eusebio nella Roma, il «Missile« nel Sassuolo è la valvola di sfogo della manovra, la lama che incide il campo in verticale e squarcia le difese avversarie.

Ma Missiroli è solo uno dei diamanti levigati dal tecnico neroverde, un elenco lungo - che comprende tra gli altri Zaza, Duncan, Sansone, ma anche Acerbi e Vrsaljko - a testimonianza della bontà del lavoro del tecnico al Sassuolo. Ecco perché Di Francesco è un uomo che non ha fretta di realizzarsi e in provincia ha trovato il tempo necessario per scrutare l' orizzonte del salto di qualità.
IL SOGNO EURIOPEO Le grandi lo aspettano, ma sarà lui a decidere il momento, lo sentirà, esattamente come ha insegnato a Berardi. Anche perché in fondo il Sassuolo è un romanzo in sospeso, le cui pagine bianche sono in attesa d' inchiostro, di un finale ancora in crescendo. Il 17° posto con 34 punti del 2004 è diventato prima un 12° posto con 49 punti, poi un sesto con 61 nell' ultima stagione. Uno storico traguardo che può voler dire Europa League: l' andata del preliminare con il Lucerna è finita 1-1, in Svizzera, grazie al rigore siglato da Berardi, il ritorno di giovedì sarà una porta per il paradiso. L' Europa è lì, ad un passo, pronta ad accogliere Di Francesco e i suoi ragazzi, gli stessi dell' anno scorso, gli stessi che si sono guadagnati la possibilità di cavalcare i sogni. E chissà, forse nei prossimi anni non sarà più solo un giornalista belga a capitare da queste parti, altri vorrano capirne di più di questo miracolo.

Claudio Savelli

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Commenti all'articolo

  • Maurizio_48

    01 Agosto 2016 - 16:04

    E chiamalo fesso... Ha rifiutato il Milan... mentre adesso Montella (che doveva essere sommerso da giocatori via nuovi proprietari) ora ha i problema di sistemare tal Lapadula che detto così mi ricorda i giochi di parole (osceni) che facevamo alle elementari

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