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La storia dell'atleta belga

Olimpiadi, un sogno disperato. "Vinco i giochi, poi mi uccido": la scelta straziante di Marieke

Marieke Vervoort

Sin dall'antica Grecia, gli atleti erano l’emblema della forza e della giovinezza. A Rio 2016, Marieke Vervoort sarà il simbolo della dignità, dell’orgoglio, del coraggio di saper dire «basta». Sulla pista dello stadio brasiliano la campionessa paralimpica si giocherà - letteralmente - le ultime cartucce della sua vita. E non perché a 37 anni sarà troppo vecchia per continuare, semmai perché la linea d’arrivo dei 100 metri in carrozzina (categoria T52) coinciderà con il traguardo della sua esistenza. «Rio è il mio ultimo desiderio. Sto iniziando a pensare all’eutanasia», ha annunciato in un’intervista a poche settimane dalle gare più attese dagli agonisti di tutto il mondo.

La sua storia sarebbe degna di un poema antico, o del canto di un aedo. Di sicuro cozza con la retorica del barone De Coubertin e il suo «l’importante è partecipare»: per l’atleta belga conterà solo vincere nelle gare al via il 7 settembre. Certo, c’è di mezzo una canadese agguerrita, ma questo sarà solo l’ultimo ostacolo affrontato in questi anni da Marieke. «Soffro enormemente, ma comunque vado alla ricerca dell’oro», ha detto sicura in viste delle ultime settimane di preparazione. E di vita. Ha un sapore amaro persino rileggere alla luce di questa vicenda il motto a cinque cerchi: «Citius, altius, fortius» (più veloce, più alto, più forte). Come se una donna in lotta da oltre 20 anni con un male che le ha paralizzato i muscoli dalla vita in giù, non avesse superato già abbastanza asticelle nel suo cammino per arrivare fino a qui. L’ultima, però, quella di una vita normale dopo lo sport, non se la sente di affrontarla.

«Tutti mi vedono ridere con la mia medaglia d’oro, ma nessuno mi vede quando sono scura in volto», ha raccontato ai media francesi e a «Rtl info». «Mi alleno duramente, anche se devo lottare notte e giorno con la malattia. Poi vedremo quello che mi porterà la vita: proverò a godermi i momenti migliori». Quattro anni fa a Londra la campionessa belga conquistò l’argento sui 200 metri e l’oro nei 100 (categoria T52). In Brasile potrebbe fare ancora di più, dopo la tripletta iridata di Doha sui 100, 200 e 400. Ma nello stadio a cinque cechi Marieke cerca qualcos’altro oltre agli allori. Un segno, forse. O la serenità per scendere dalla giostra - crudele per lei - della vita.

Dopo i trionfi britannici ottenne il titolo di Grande Ufficiale dell’Ordine della Corona per aver innalzato lo spirito della sua nazione. Oggi sembra che nulla possa sollevarla dai suoi dolori. Forse sembra incredibile che una persona così vitale possa pensare di concludere, volontariamente, la sua avventura su questa terra. Ma la sua scelta diventa comprensibile quando per un attimo si molla ogni convinzione e ci si concentra solo sul racconto della sua quotidianità: «A volte riesco a dormire solamente dieci minuti in una notte», è la sua umanissima confessione. «Ma la cosa più difficile è dover dover constatare, anno dopo anno, quello che non riesco più a fare».

La disabilità della Vervoort si manifesta per la prima volta a 15 anni e la consuma un pezzo alla volta. La belga reagisce: basket e triathlon, di cui è diventata campionessa del mondo 2006 e 2007. Ma il suo corpo non le concede tregua. Il peggioramento delle sue condizioni la costringe a cambiare vita e passioni, a ricominciare da capo verso altri traguardi: si dà al blokarting - le gare di velocità con kart a vela - e poi le competizioni su carrozzina in pista. Il suo compagno più fidato in questi anni è il cane Zenn, che la aiuta a rendersi meno dipendente dalle altre persone. E a reagire persino quando nel 2013 un infortunio alla spalla la costringe a un’operazione e a nove mesi di recupero. «Rio è la mia missione», diceva allora. Oggi è diventata ben altro: la fine di una sofferenza ingiusta, la luce in fondo a un tunnel di dolore.

Come spesso accade in questi casi, la Vervoort ha compilato un elenco di desideri da realizzare prima di salutare questo mondo. Tra le classiche cose da fare prima di morire figura persino il volo acrobatico con un aeroplano: un sogno che fa capire bene la personalità di Marieke. Mentre lavorerà per completare la lista degli obiettivi di una vita, preparerà anche la sua morte: consulterà i medici, e se tre esperti le daranno parere favorevole all’eutanasia, la decisione sarà presa. «Il giorno del mio funerale, voglio che tutti abbiano un calice di champagne in mano e dicano: “Marieke, qui hai avuto una bella vita ma, adesso, non soffri più”», è il suo messaggio che racconta quanto la decisione sia in realtà già matura.

Parole che sanno di consapevolezza e di speranza, ma non di certo di rabbia o di rimpianto: «Lamentarsi non serve a niente. Apprezzate le cose che riuscite a fare, e rendetevi conto della vostra ricchezza». Un simbolo di morte, certo, ma con una fortissima carica vitale.

di Francesco Perugini

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Commenti all'articolo

  • GianniPinotto

    17 Settembre 2016 - 17:05

    Straordinaria! Tutto il bene del mondo sia tuo

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  • buonavolonta

    03 Agosto 2016 - 22:10

    auguri tifo per te e per il tuo coraggio sei grande vicino a tanti miti del calcio che fanno le signorine in campo sei una gigante ... auguri che si realizzino i tuoi sogni .. spero che alla morte non ci pensi e che una luce nel tuo cuore ti illumini ad aiutare altri che stanno peggio di te .... è facile dare consigli ... .... forza

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