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L'intervista

Il mister italiano in Cina: "Ai cinesi insegno calcio e cambio pure la loro testa"

Il mister italiano in Cina: "Ai cinesi insegno calcio e cambio pure la loro testa"

Marcello Lippi è il nuovo allenatore della nazionale cinese. Un ingaggio milionario per due sogni. Il primo, vincere i Mondiali, che sembra impossibile e un altro che pare lontanissimo: diffondere la cultura calcistica in un Paese dove mettere un pallone in rete è come per noi ridurre il debito pubblico. C’è un altro italiano, meno famoso, meno ricco, che da mesi ci sta provando. Lontano, molto lontano. A più di 2mila chilometri da Shanghai, a Wuhai, nella Mongolia interna, dove il Fiume Giallo scorre tra due deserti, quelli di Gobi e di Ordos. Meno trenta d’inverno ed estati africane.

Si chiama Daniele D’Eustacchio, ha 27 anni, ed è stato chiamato dal governo della Mongolia interna ad allenare 300 ragazzi di tutte le scuole superiori della città. Non ha i 20 milioni di euro l’anno di Lippi, ovviamente. Ma uno stipendio da 3mila euro al mese (che da quelle parti è un bel guadagno), un alloggio, gli hanno regalato un cane “Akita Inu”, una razza giapponese di pregio, per non farlo sentire solo e, ovunque vada, gli pagano il conto. Unico straniero in una città di 500mila abitanti, Daniele è una celebrità. 
Ma come è finito in Mongolia da Melzo, in provincia di Milano? 
«Lavoravo in un negozio di cambiavalute a Linate. Un giorno, con un mio collega ci siamo detti: “Perché non ce ne andiamo?”».
Perché in Cina?  
«Perché lì potevamo vivere con i risparmi che avevamo e ottenere facilmente il visto. Così siamo arrivati a Shanghai».
E cosa ha fatto? 
«Prima di tutto mi sono iscritto a un corso per imparare la lingua».
Adesso parla cinese? 
«Il minimo per farmi capire. È una lingua difficilissima. Ho cominciato a lavorare in una scuola privata come allenatore. Avevo preso il patentino in Italia dove ho giocato per anni nelle squadre di prima categoria vicino a Melzo».  
Come ha fatto a passare dalla scuola privata di Shanghai a tutte le scuole di una città della Mongolia interna? 
«Sono diventato molto amico del manager di diversi club. Mister Chen, un milionario con la passione del calcio, che ha fondato un club di seconda serie nazionale. E mi volle come giocatore perché giocavo spesso con loro dopo il lavoro».
La seconda serie nazionale è tipo la nostra B? 
«Sì».
E poi cosa è successo? 
«Ero molto gettonato sia come giocatore che come modello. Tanto che facevo spesso le comparse nei film. A quel punto mi chiamò un agente per giocare e girare un filmato insieme al pallone d’oro Michael Owen».
Micheal Owen?  
«Sì, un sogno che si realizza. Lui fu la mia prima maglia da calcio da bambino, presa al mercato per 20 mila lire. Tarocca, ovviamente. Ancora ce l'ho a casa, in Italia».
Cosa faceva nel filmato? 
«La sua controfigura nei dribbling».
Ma cosa c’entra questo con la Mongolia? 
«In quel periodo misi da parte dei soldi e aprii una mia società con un partner italiano. Una società di trading. Aprii a luglio 2015 ma a dicembre la mia vita cambiò totalmente».
Perché? 
«Il mio socio morì in Russia. Aveva 23 anni, era diabetico e non lo sapeva. Gli scoppiò il pancreas. Io persi tutto. Poco dopo mi lasciò anche la fidanzata».
Wuhai è ancora lontana… 
«Non tanto. Grazie a Owen e alla squadra in cui lavoravo, il governo mi contattò per farmi una proposta. Quindi mi pagarono un biglietto per Wuhai. E feci un provino. Il giorno dopo mi fecero firmare il contratto».
Come fu il primo impatto? 
«Come entrare in un altro mondo».
Quando avremo un Pelé cinese? 
«Quando spariranno gli allenatori e i preparatori cinesi. Quando i bimbi andranno a scuola senza essere militarizzati e sottomessi. Quando i ragazzi impareranno a pensare con la loro testa e non prendendo ordini come robot».
Ma perché i cinesi non sono bravi nel calcio? 
«Alcuni lo sono, attenzione. I loro limiti dipendono soprattutto dalla loro cultura. Il padre e la madre non baciano i figli. I fidanzati non si tengono la mano. Poi studiano fino a vent’anni come pazzi, male, ma come pazzi. Non hanno relazioni amorose, hanno invece tutti quella paura che li porta ad essere timorosi. Per questo sono fortissimi individualmente ma non sanno fare squadra».
Che metodo usa per cambiare questa mentalità? 
«Tutto ciò che insegno lo dimostro. Se dico di tirare e prendere la traversa lo faccio. Se dico di tirare una spallata la do a loro. Così loro prendono confidenza con me».
È vero che gli allenatori cinesi puniscono i calciatori? 
«Punizioni severissime per un passaggio sbagliato. Ore e ore di flessione sotto il sole. Calci, bastonate e poi urla. Loro vogliono solo risultati per essere visti bene dai superiori».
E lei non punisce? 
«Urlo, certo. Ma prima chiarisco e spiego. E poi niente punizioni fisiche, qualche giro di campo e basta».
Ma oltre ai limiti culturali perché secondo lei perché i cinesi non sono mai emersi nel calcio? 
«Perché non sono liberi di pensare. Sono militarizzati. E non hanno una vera e propria scuola calcio come filosofia».
Quali sono i loro idoli nel calcio? 
«Mah, vanno da quelli più scontati come Ronaldo e Messi, fino a Neymar».
Tira, crossa, segna, gol: hanno imparato termini italiani del calcio o sei è adeguato lei a loro? 
«No niente italiano. Parliamo in inglese e cinese».
Quante ore al giorno lavora? 
«Sei o sette. Ho circa 300 alunni, tra maschi e femmine, che vanno dai 12 ai 18 anni».
Cosa fa a Wuhai quando non lavora? 
«A Wuhai non c’è niente. Leggo, sto a casa a vedere un film, qualche volta mi è capitato di giocare a ping pong. Mi annoio da morire, ma sono la rabbia e il mio sogno che mi fanno resistere».
Ha il coraggio di giocare a ping pong con i cinesi? Perché sono così forti? 
«Hanno una capacità di riflesso superiore alla norma. Ho giocato in un parco contro una donna di 50 anni in pigiama rosa alle tre del pomeriggio. Era fortissima. Lo giocano sin da piccolissimi. Sono forti perché il ping pong è uno sport individuale dove non bisogna toccarsi...».
Donne? 
«Donne assenti e brutte, almeno per i miei gusti».
Diverso da Shanghai? 
«Shanghai non è Cina. A Shanghai puoi fare tutto ciò che vuoi. Hai una ragazza di una nazionalità diversa al giorno».
Cosa pensa dell’arrivo di Lippi in Cina? 
«Penso che non sia un caso se Lippi vinse con il Guangzhou la Champions, Cannavaro lo stesso, Ferrara con il Wuhan e Zaccheroni con il Giappone».
Quando la Cina vincerà in Mondiale? 
«Per i prossimi vent’anni no. La Coppa d’Asia può vincerla prima».
Quanto pensa di fermarsi lì? 
«Magari non mi fermerò per sempre a Wuhai, ma il futuro è qui».
Anche il futuro del calcio? 
«Anche».
Sogno nel cassetto? 
«Entrare nella storia fondando il primo club calcistico cinese di un presidente italiano».
Mangia italiano o cinese? 
«Oltre a due pacchi di pasta qua non c’è niente di straniero. Anzi, ne approfitto per un appello: speditemi cibo (scherza, ndr)».

di Lucia Esposito

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