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Russia, si comincia

Nicola Rizzoli: "Quali sono i segreti per arbitrare la finale dei Mondiali"

14 Giugno 2018

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Nicola Rizzoli

Nicola Rizzoli, augurandoci che Rocchi vada benissimo, lo sa che lei al momento è l’ultimo italiano ad aver fatto una finale dei Mondiali quella del 2014?
«Spero che Gianluca mi tolga questo primato. Io quattro anni fa debuttai con Spagna-Olanda, prima partita del girone, e lui arbitrerà domani Spagna-Portogallo. E siccome credo nelle congiunzioni astrali, magari porterà fortuna».

Quel suo esordio col botto (1-5 per gli oranje) fu poi condito dalla finale Germania-Argentina: meglio l’attesa per la partitissima oppure il post triplice fischio dopo un match filato liscio?
«È tutto “meglio”, visto che si tratta di un’esperienza totalmente fuori dal quotidiano e che sai di poter vivere una sola volta nella vita».

Lei nel 2013 ha diretto pure la finale di Champions, Bayern-Borussia: cos’hanno di diverso?
«In Champions hai di fronte i migliori giocatori d’Europa di quel momento, a rappresentare i loro club. Nella finale dei Mondiali invece guardi i ragazzi in faccia e avverti il fardello che si portano dietro, il peso di giocare per il loro popolo».

E l’arbitro non sente una qualche sudditanza psicologica?
«No, perché non esiste nell’arbitro, ma nelle persone che guardano e interpretano ciò che vedono: e, se si verifica un qualcosa che avevano “predetto”, ecco che per loro il cerchio si chiude e scatta la polemica».

Prima della finale Mondiale si è concesso qualche rito scaramantico?
«I soliti, quelli di una carriera intera. Prima c’è la mia musica preferita sparata nello spogliatoio con un altoparlante portatile: apro con “One” degli U2 cantata da Mary J. Blige, mi carico con “Viva la Vida” dei Coldplay e poi mi gaso con “Titanium” di David Guetta. Poi c’è la doccia».

La doccia?
«Certo. Un quarto d’ora, bollente, il momento più importante: mi rilasso, mi concentro, ripercorro ogni dettaglio tecnico. Come gli sciatori al cancelletto di partenza, quando a occhi chiusi scendono lungo il tracciato».

E poi va in campo?
«Sì, ma prima affondo il naso nel barattolo del Vicks Vaporub: mi ricorda la mia fanciullezza, mia mamma, mi libera la mente e mi aiuta pure a respirare meglio. E poi si va in campo, dove bacio il pallone: l’ho sempre fatto fin da ragazzino perché mi piaceva l’odore del cuoio: un gesto che riporta tutto alla giusta dimensione».

Lei ha un mantra: «Controlla quello che puoi».
«Esatto. Chi non ha mai fatto l’arbitro provi a mettersi nei nostri panni, ad affrontare la velocità delle dinamiche di una partita. Devi pensare di fare un passo alla volta, sapere quali sono le priorità per prendere le decisoni e allora scopri che, se sei preparato, la quantità di cose che puoi controllare è impressionante. E ritrovi la serenità».

Oggi debutta il Var alla Coppa del Mondo: Irrati sarà l’addetto, Orsato il supporto.
«È un riconoscimento al lavoro fatto in questi anni dagli arbitri italiani. L’Ifab ce lo dava solo a parole, ma ora che ci sono i dati, solo lo 0,89% degli errori commessi dai fischietti in serie A, è arrivato il giusto premio».

Lei ha mai sognato di poter ri-arbitrare anche una sola partita con la moviola in campo?
«Avrei voluto averla in un paio di occasioni. Derby Inter-Milan del 6 maggio 2012 (4-2, ndr): fischio rigore contro Julio Cesar per fallo su Boateng, ma il portiere brasiliano aveva preso nettamente la palla. E Atletico-Barcellona del 13 aprile 2016, quarti di ritorno di Champions (2-0 per i colchoneros che vanno in semifinale, ndr): do punizione dal limite al Barça per fallo di mano ma il braccio era dentro e sarebbe stato rigore. Con il Var, in un secondo avrei preso entrambi le decisioni corrette».

È vero che certi suo colleghi non volevano il Var?
«Una balla, una voce diffusa per ignoranza. Non c’è nessu arbitro che rifiuti una tecnologia capace di evitargli un chiaro errore. Noi direttori di gara dobbiamo essere presuntuosi nella sicurezza di prendere decisioni, ma anche umili nell’ammettere di aver sbagliato e correggerci».

Tifa per qualche club?
«No, ma essendo di Bologna è ovvio che spero sempre che i rossoblù vadano bene: tuttavia, una squadra del cuore non ce l’ho, nel calcio... ».

Nel basket sì, però, lei tiene per la Virtus: e quando al PalaDozza un arbitro prende un abbaglio?
«Non faccio niente, mi contengo. L’errore fa parte del gioco e va accettato, anche se a volte ne ho viste davvero grosse».

Rizzoli, oggi fa il designatore della serie A e cos’altro?
«Beh, sono architetto e ho da poco ripreso ad andare in bici. Giusto ieri ho fatto una quarantina di km verso Sasso Marconi, poi il San Luca. Diciamo che è andata benino... ».

Il Mondiale chi lo vince?
«La Spagna è tutta da vedere, dopo il ct cacciato. L’attacco dell’Argentina è impressionante.
Poi ci sono Brasile e Germania, ma sento profumo di sorpresa. Io comunque tiferò per la squadra dei miei arbitri italiani, persone perbene che sono convinto faranno bene».

di Tommaso Lorenzini

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