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La serie A non coltiva talenti

Vivai italiani ultimi in Europa

La serie A non coltiva talenti
 L’Italia è un paese vecchio, anche nel calcio: nei club di quello che è il campionato più vecchio d'Europa c'è poco spazio per i giocatori nati nei settori giovanili. È l'immagine della Serie A delineata dal quarto rapporto dell'Osservatorio dei giocatori professionisti (PFPO) sul mercato del lavoro calcistico in Europa. Il documento di 100 pagine analizza i cinque principali campionati del Vecchio Continente: Premier League, Liga, Serie A, Bundesliga e Ligue 1. Per il quarto anno consecutivo la percentuale dei 'club-trained players', gli atleti formati dai club, è scesa: si è passati dal 22% del 2007-2008 al 21% del 2008-2009. La Serie A spicca per il valore più basso (12,5%) tra i principali campionati europei. Nessun club italiano figura nella top ten delle società che fanno affidamento sui propri 'prodotti’. Reggina, Juventus, Atalanta, Roma e Milan, le squadre più 'genuine’ del panorama tricolore, non sono in grado di reggere il confronto con Athletic Bilbao, Barcellona o Bayern Monaco.

Al top la Francia - Quando si tratta di lanciare giovani in prima squadra, al vertice c'è la massima divisione francese (30.3%), che pure deve fare i conti con un robusto calo del 5%. Il trend negativo a livello generale è confermato anche da un altro dato: la percentuale dei match giocati dai calciatori nati nei settori giovanili è scesa dal 16,5% al 15,9%.

Giocatori più vecchi - È cambiata anche l'età media dei protagonisti del football: dai 25,8 anni della stagione 2007-2008 è salita a 26,1 anni. L'Italia ha la media più alta (26,7) che arriva a 27,5 nei 5 top club. La Francia ha quella più bassa (25,3) ma con un +0,47 in 12 mesi si sta adeguando alla generale tendenza

I giocatori stranieri e autoctoni - Allo spazio ridotto che viene concesso agli atleti ‘indigeni’ corrisponde la crescita del numero dei calciatori stranieri che calcano i campi nei principali tornei europei. La Premier League inglese è il campionato con le frontiere più aperte: nelle società di prima divisione, nel complesso, gli 'expatriate players' sono il 59,2% del totale. Le cifre scendono al 54,8% quando si prendono in considerazione le 5 squadre più forti. Pesa in maniera rilevante il dato del Liverpool (90%): trovare un inglese, nella rosa dei reds, è un'impresa. La Bundesliga, in Germania, può 'celebrare’ un risultato epocale: gli stranieri sono diventati il 50,2% della forza lavoro complessiva e, per la prima volta, sono diventati più numerosi dei colleghi tedeschi. I paesi che esportano calciatori verso le principali leghe europee sono Brasile (163), Argentina (103) e Francia (100): insieme, le 3 nazioni forniscono il 31,2% del 'prodotto’. In crescita impetuosa nel 2008-2009 il contributo olandese (41, +10), in calo quello del Senegal (17, -13). Un girovago come Zlatan Ibrahimovic, capace di cambiare 4 club in tra il 2004 e il 2009, è un'eccezione secondo il rapporto: in media, un calciatore cambia maglia per 3,47 volte in 10 anni. In pratica, uno spostamento ogni 34 mesi. L'Italia spicca anche in questo settore: con 4,24 trasferimenti ogni 10 anni, il giocatore della Serie A è il più mobile. Nel torneo nostrano, insomma, non si mettono radici: la permanenza media di un tesserato in una società è solo di 2,36 stagioni.

 

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