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Gli All Blacks al Beccaria

giocano coi giovani detenuti

Gli All Blacks al Beccaria
Cinque All Blacks hanno visitato ieri il carcere Beccaria per confrontarsi con i giovani detenuti. I cinque campioni – Antony Boric, Liam Messam, Jerome Kaino, Stephen Donald e Neemia Tialata – sono i rappresentanti della nazionale di rugby più famosa del mondo, che il 14 novembre scorso ha portato 80 mila persone a San Siro, numeri non usuali per il rugby italiano.
Sono arrivati al Beccaria, all’interno di un programma dell’AS Rugby Milano, nato per portare questo sport nelle scuole, e dall’anno scorso anche all’istituto minorile di Milano.
Il progetto triennale “L’ovale al Beccaria”, nato nel 2008, è portato avanti da volontari appassionati del rugby, che hanno avuto l’idea coraggiosa di portare questo sport all’interno del Beccaria, sotto la spinta di creare qualcosa che non sia limitato al campo, ovale appunto.
I giovani detenuti hanno accolto con partecipazione l’iniziativa e sono arrivati velocemente in cortile per accogliere i fenomeni neozelandesi, insieme a don Rigoldi, cappellano del carcere e fondamentale per tanti ragazzi.

Il ghiaccio è rotto presto, quando uno dei ragazzi chiede agli All Blacks se hanno paura di giocare con loro, i detenuti del Beccaria. La risposta è una risata generale.
La partita inizia, in campo 13 ragazzi e una ventina sugli spalti. La squadra del Beccaria non può avere un organico fisso, di “titolari”, perché giovani diversi entrano e escono dal carcere. Neanche chi li allena, li conosce tutti, ma è accolto con affetto: «Buongiorno mister». Il saluto è rivolto a Ignacio Merlo, terza linea nell’AS Rugby Milano, italo-argentino di 28 anni, che – insieme a un gruppo di volontari – insegna il rugby ai ragazzi.
L’idea è quella dello sport come riscatto, nonostante la difficoltà della situazione: «Non so da dove vengono, perché sono qui dentro e quando usciranno. Non lo so e non voglio nemmeno chiederlo: e nei patti» - e continua il mister - «Io non posso insegnare loro cos’è la vita. Non è il mio compito. Li faccio divertire e trasmetto loro un po’ di disciplina, questo sì».
Il rugby, del resto, non è l’unico momento di distrazione-educazione per i ragazzi: c’è anche il calcio, con due allenamenti a settimana e il campionato Uisp, e la boxe, insegnata da Rocky Mattioli, ex campione del mondo. Non solo lo sport comunque, infatti, c’è anche il momento dedicato ai libri: i ragazzi hanno letto quello di Gianluca Pessotto, ex della Juventus, che ha attraversato un momento di difficoltà, e una volta alla settimana condividono la lettura con gli studenti del liceo Volta di Milano: tra i titoli, “Un ragazzo della collina” di Ermanno Olmi e “Jimmy della Bovisa” di Massimo Carlotto.
L’insegnante di italiano del Beccaria, Maura Borghi, alla partita per vedere i suoi ragazzi giocare con gli All Blacks, racconta che: «Uno di loro, un rumeno abbandonato dai genitori ha scoperto il vocabolario e mi ha chiesto: ma chi ha inventato tutte queste parole?».

Gli All Blacks possono diventare per i ragazzi un esempio positivo, perché applicano la fisicità, la forza, al servizio della disciplina di gruppo e non dell’aggressività e della violenza.
Infatti, durante il “terzo tempo” – consuetudine del rugby è, infatti, il momento al termine del match, in cui le due squadre, mettendo da parte l’antagonismo del campo, si ritrovano a mangiare e bere insieme – le domande dei ragazzi ai campioni neozelandesi si sprecano, e gli All Blacks rispondono sempre: «Quanto alzi di panca?» «In palestra alzo oltre cento chili»; «è vero che bevete delle strane cose per farvi venire questi muscoli?» «No, nessuna bevanda strana. I muscoli sono frutto di allenamento e di tanta fatica», ma anche: «quando esco ci possiamo rivedere?», e, soprattutto: «Qualcuno di voi è mai stato in carcere?», risponde Neemia Tialata: «So cos’è. Vengo da una zona di Aukland malfamata e mi cacciavo spesso nei guai. Dalla prigione mi ha salvato il rugby, ma la mia non era bella come la vostra. Siete fortunati».
Paola Prandini – mente di questa operazione, entrata come educatrice 17 anni fa al Beccaria e ora responsabile delle attività interne – si gode il momento, e racconta della baraonda successa quando, a trovare i giovani detenuti, venne Marco Materazzi.
Lo sport potrà aiutare i ragazzi del Beccaria, che inizieranno seguendo i consigli degli All Blacks – i giovani sono rimasti quasi ipnotizzati dai tatuaggi dei campioni neozelandesi - «Io mi faccio i tatuaggi da solo qui dentro. Voi come fate?». Risponde il pilone Tialata: «Anche voi siete ben tatuati, ma non fateveli in carcere: sarà quello il primo regalo quando uscirete da qui».

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