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Ma questa volta io sto coi calciatori Il problema è il calcio che scoppia

Mughini: vivono dentro un giocattolo che sta per esplodere. Basta con gli specialisti dell'assegno a vuoto

Ma questa volta io sto coi calciatori Il problema è il calcio che scoppia
Dàgli ai giocatori di calcio, quei ragazzoni viziati, strariccchi, che si pappano le più belle fanciulle del reame e che arrivano al punto di incrociare le braccia alla domenica, il giorno in cui  trenta milioni di italiani attendono trepidanti le loro gesta. Se le cose stanno così, abbaiano i tifosi italiani furibondi, vuol dire che non c’è più religione. Non solo al nostro Paese sta mancando il pane, ma vengono meno persino le brioches rappresentate dai gol di Ibrahimovic, dagli assist di Totti, dalle punizioni di Alex Del Piero. Ma nell’occasione inedita di cui stiamo parlando, che la prima giornata del gran romanzo nazionalpopolare (il torneo di serie A) si autoannulli, è soltanto così o c’è dell’altro? Non è che il mondo del calcio è più complesso di quanto non appaia a prima vista?
Deluso come tutti dal fatto che oggi non ci sarà la gran festa popolare fatta di gol e di chiacchiere sui gol, la mia opinione è che i calciatori questa volta le loro ragioni ce le hanno. Viziati sì (innanzitutto da noi dei giornali che ansimiamo dietro ogni loro sospiro), straricchi sì (ma solo una piccola porzione di quelli che si guadagnano il pane prendendo a calci il pallone, e anche quelli meno di prima), appetiti dalle belle fanciulle sì (ma sempre le belle fanciulle hanno appetito gli eroi del momento, gli aviatori come gli attori di cinema), ma tutt’altro che dei ragazzi senza anima e senza ragione. Nel corso di una lunga esperienza di chiacchieratore di calcio in televisione, ne ho avuti accanto a decine se non a centinaia. La buona parte erano ragazzi in gamba se non in gambissima. Da Cambiasso a Seedorf a Del Piero (e tanto per fare i primi tre nomi che mi vengono in mente), gente che avrebbe potuto fare benissimo in qualsiasi altro campo della vita. Tutte le volte che vedo e chiacchiero con Demetrio Albertini, uno che ha lsciato il calcio giocato dopo averlo interpretato a grandi livelli, mi rallegro. Non un volta in questi dieci anni che ho incontrato Antonio Conte e che lui fosse banale e prevedibile.
Andiamo al sodo. Questa volta lo sciopero non è per accumulare altri privilegi da parte di chi ne ha tanti. Questa volta i giocatori incrociano i loro piedi aurei a vantaggio dei colleghi più sfortunati, che sono tantissimi: quelli che hanno dietro di sé il momento migliore della loro carriera, quelli che non stanno simpatici al nuovo allenatore, quelli che sono andati “fuori rosa” e che non sanno dove allenarsi per cercare di tenersi pronti a un nuovo posto di lavoro. Vedo e mi fa piacere (sto riferendomi a un articolo di Mattia Feltri sulla “Stampa” di ieri) che anche un ex sindacalista tosto come Sergio Cofferati la pensa come me, che quelli che nel calcio non sono dei primattori - e cioè “i terzini e i mediani” - si stanno battendo per dei diritti.
E dunque ancora un volta il calcio non è un giardino dorato atto a superuomini e supereroi ma lo specchio della nostra società. E come potrebbe essere diversamente di un’industria che per la massa di denaro che mette in movimento è la terza o quarta del Paese? Come potrebbe questo romanzo, che ogni domenica è letto e riletto da trenta milioni di italiani, non raccontare il nostro Paese con tutte le sue debolezze, le sue contraddizioni, i suoi buchi di bilancio, le sue incertezze sul futuro?
Perché il fatto nudo è crudo è che il calcio è divenuto un giocattolo che sta per esplodere. Basterebbe che i magnati della televisione a pagamento firmassero degli assegni meno congrui e tutto salterebbe in aria. Una volta, da parte di imprenditori di successo, era una corsa ad assicurarsi la vetrina offerta dalla presidenza di un società di calcio. Oggi succede che una grande squadra adorata da un grande pubblico (la Roma), stenti infinitamente a trovare nuovi proprietari e che siano dei proprietari affidabili, gente che nove su dieci ci rimetterà dei soldi. Un presidente come Silvio Berlusconi, uno che ha resuscitato il Milan e che lo ha fatto diventare la squadra con il maggior numero di trofei al mondo, confessa adesso che non ce la fa più, che non può continuare a spendere per il Milan la metà del reddito attivo che gli viene ogni anno da tutte le sue attività imprenditoriali. Una società i cui proprietari (la famiglia Agnelli) un tempo schioccavano le dita a scegliere l’uno o l’altro campione da comprare, quella Juve che Calciopoli ha devastato e pressoché raso al suolo, adesso conta i 100mila euro quando deve comprare o prendere in prestito un giocatore di seconda fila. Molti tifosi laziali non amano il presidente Lotito, eppure senza di lui non so se la Lazio ci sarebbe ancora. Ereditò una squadra e una società che veniva da una gestione precedente che l’aveva portata al disastro. «Il più asino dei miei giocatori guadagna due miliardi di lire nette l’anno» mi confidò Lotito la prima volta che mi si sedette accanto.
Di sparafumo, di incompetenti, di specialisti nell’assegno a vuoto il calcio italiano ne ha avuti tanti. Non è più il loro tempo, almeno così mi auguro vivamente da appassionato del calcio. Le squadre di calcio sono delle aziende e devono essere gestite come tali, contando gli euro uno a uno. Delle aziende i cui dipendenti (nella media molto ben pagati) hanno i loro doveri e i loro “diritti”. Come in tutti gli altri campi professionali. Doveri e diritti in un’Italia dove ogni frammento del vivere è divenuto duro e spietato. Non è di un giardino dorato che stiamo parlando.

di Giampiero Mughini

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Commenti all'articolo

  • gaetanoimme

    29 Agosto 2011 - 10:10

    Al simpatico e condivisibile Mughini vorrei dire che se la protesta dei calciatori è per " gli allenamenti separati", a prescidendere dal merito, sarebbe bastato che l'Associazione calciatori avesse proposto un semplicissimo ricorso al Tribunale del Lavoro. Costoro hanno sottoscritto un contratto? Si tratta di un " contratto di lavoro" anche se " atipico" ( la faccenda degli ingaggi al netto o al lordo delle imposte non c'entra niente) e allora se i Presidenti traccheggiano, un bel ricorsino al Tribunale del Lavoro e la faccenda sarebbe già stata sistemata. Ed io in quel ricorso ci avrei messo anche il quesito su chi deve "incidere " una qualsiasi imposta "creata " dopo " la firma del contratto ? Gaetano Immè

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  • frengo1969

    29 Agosto 2011 - 08:08

    non voglio entrare nel merito delle ragioni che La spingono a difendere questa categoria di lavoratori, Le ricordo solo che i più "sfortunati", i terzini o mediani, quelli messi fuori rosa, a) nel recente passato facevano parte del numero di asini che guadagnavano due miliardi, e b) anche al minimo di stipendio portano a casa quanto un quadro in azienda, circa 2,5 volte un operaio normale. Ma quello che mi spinge a scriverLe è per contestarLe, bonariamente, la iuventinità (scritta apposta senza la J...) che traspare dal Suo pezzo, sindacalmente lodevole: Lei dice che gli Agnelli contano i centomila euro prima di acquistare un giocatore, beh evidentemente mentre i "Suoi" dirigenti conducevano le ultime tre campagne acquisti, anche Lei, come tanti altri tifosi bianconeri, era impegnato a chiedere lo scudetto 2006... O devo desumere che Diego, Pepe, Amauri, Thiago, Sissoko etc... Siano costati poche centinaia di migliaia di euro fra acquisto e stipendio? Suo Franco

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  • ghorio

    28 Agosto 2011 - 20:08

    Il bravo Giampiero Mughini, da chiacchieratore, discetta sul calcio professionistico e dice la sua. Si può essere d'accordo sul contratto collettivo, ma gli emolumenti dei giocatori sono scandalosi. Che il calcio professionistico sia la terza o quarta industria della nazione ha poca importanza, perchè i soldi che girano sono appannaggio di pochi. Anche la favola che attorno ai giocatori ruotino belle ragazze non regge. Ci sono milioni di belle ragazze che se ne fregano dei giocatori, viziati all'inverosimile. Che poi Mughini, bontà sua, ci informa che determinati nominativi si sarebbero affermati anche in altri campi,vale la regola del se e del ma: ovvero tutto da provare. In ogni caso il calcio professionistico va ridimensionato, compreso il fatto, e qui Mughini ha ragione, che i giornali sono pronti a raccogliere il loro ansimare, perfino, quando sono sotto la doccia. La gentee si sta stancando e tra poco si stancherà anche della pay tv. Giovanni Attinà

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  • Dieguz99

    28 Agosto 2011 - 19:07

    Il mondo dei calciatori non è il mondo dorato che tutti noi crediamo. I calciatori sciopereranno a fin di bene, a favore dei loro colleghi più sfortunati, quelli che hanno dietro di sé il momento migliore della loro carriera, quelli che non stanno simpatici al nuovo allenatore, quelli che magari si sono bruciati alcuni milioni di euro con donne, automobili di lusso e droga, poveretti! Il mondo dorato è invece quello degli operai, che il 6 settembre incroceranno le braccia contro una finanziaria che probabilmente li ridurrà sul lastrico. Sciopereranno per non farsi togliere i pochi diritti che hanno acquisito in decenni. Queste però non sono persone in gamba né in gambissima, sono solo operai e il loro sciopero è assurdo e deleterio. Avete ragione voi di Libero ad aborrirlo!

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