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Il codino Baggio diventa Divino Un libro che lo porta in cielo

Il più forte calciatore italiano, non toccato dalle miserie terrene delle vittorie, celebrato in un romanzo. Ma con troppe sviste

Il codino Baggio diventa Divino Un libro che lo porta in cielo


Chissà. Forse è solo invidia. Perché un romanzo su Baggino l’avrei voluto scrivere io. Seguirne le tracce da Caldogno a Brescia, attraverso Vicenza e Firenze, Torino e Milano e Bologna e ancora Milano, alla ricerca dell’uomo, del calciatore, del mito, del mantra Robbertobbaggio recitato come un buongiorno al risveglio o un lasciapassare in Cambogia. I sogni e i drammi, le vittorie e le sconfitte, i gol e i dribbling, la poesia e le ingiustizie di 20 anni di calcio e di storia italiana, «un lunghissimo corteo di ricordi che si intreccia alla vita di una nazione e ne diventa coscienza collettiva». Perché ognuno di noi ha il suo Baggio e il mio è il più splendente. Lassù, in excelsis, non toccato dalle miserie dell’utile, del risultato, degli schemi. Soggetto etimologicamente metafisico, abitante degli intermundia epicurei.

Insomma, il drammaturgo Matteo Salimbeni e il giornalista Vanni Santoni con L’ascensione di Roberto Baggio (Mattioli 1885, pp. 152, euro 15,90) mi hanno rubato l’idea. E un po’ di fastidio c’è, inutile negarlo. Però, sia detto sine ira ac studio, il Divin Codino meritava molto di più.
Certo, non è impresa facile raccontare Baggio. Non è come «scrivere un bel libro su Gullit, su Zidane, su Ibrahimovic... Quanto ci potrà volere a scrivere un libro su Ibrahimovic? Ma Baggio... Baggio è un inferno». D’accordo. Le giustificazioni non mancano. Ma certi errori sono imperdonabili. Il povero Daniele Zoratto ribattezzato Marco e fatto esordire in nazionale a 37 anni; la fantastica rete di Roby a Van Der Sar ambientata a Brescia invece che a Torino; la celebre definizione by Platini («Un nove e mezzo») datata al periodo milanista (in realtà è del gennaio 1991); il rumeno Hagi fatto giungere a Brescia «ormai stracco, bolso e insomma impresentabile nelle vesti di idolo», quando subito dopo è stato preso dal Barcellona; il presentatore Magalli chiamato Gianfranco; Schillaci fatto entrare e segnare contro gli Usa a Italia ’90; la seconda rete al Parma nello spareggio Champions favorita da un rimbalzo dall’area e non da un assist di testa di Zamorano; la girata di destro contro la Francia a Barthez battuto che vola di poco sopra la traversa, quando uscì di 10 centimetri sotto l’incrocio...

Per fortuna, comunque, alcune pagine riscattano sciatterie e distrazioni. Ecco il vecchio uomo delle pulizie del Franchi che immagina le parole di un Del Piero rasato a zero per espiare: «Scusa Roberto. Scusa per come mi sono prestato al ruolo di reggente, per come ho preso il posto che era tuo, il tuo dieci. Che vuoi farci Roberto, ero giovane. Ci credevo. A Torino i tifosi cantavano il mio nome. Ai mondiali, agli europei, cantavano il tuo, di nome, questo è vero. Non potevo segnare quei gol, agli europei e ai mondiali: tutti quei gol che ho sbagliato, non potevo. Erano gol che doveva segnare Baggio. Io ero un ragazzo, se mi mandavano in campo ci andavo. Avevo forse colpe per il caos nella testa di Maldini, per le superstizioni del Trap? Per questo mi sono rapato, oggi. Perché solo chi è senza peccato può farsi carico di quelli altrui. E oggi mi faccio carico dei peccati di Trapattoni, di Maldini e anche di quelli che sono venuti prima di loro. Di tutti quelli che non ti hanno convocato, che ti hanno sostituito senza motivo, di tutti coloro che ti hanno preso in giro, boicottato, inchiodato in panchina». Il «carceriere viareggino» in primis.

Oppure l’arrivo a Brescia, «come lo scrigno di Prometeo», per la felicità delle Rondinelle trascinate a tre salvezze consecutive da un «creatore di spazi magici», a dimostrazione che i miracoli esistono per chi ci crede. E ancora l’intervista impossibile che gli fa Caligola o i paragoni dell’anonimo poeta vicentino: Baggio come un volo d’avvoltoi per Sacchi, l’amante della moglie per Ulivieri; l’inscalfibile Capello che neppure si accorge di avere qualcosa di sacro accanto, Trap che preferisce ninnoli di bassa superstizione allo spirito santo. Il rabbino che ne prende la carriera a metafora delle peripezie del popolo d’Israele: ferito sin dall’inizio, esiliato dalla terra promessa, dovunque incompreso.

L’agiografia ha poi il merito di non eludere la domanda delle domande: ma se era così forte, perché non ha vinto quasi nulla, meno di un Rui Costa qualsiasi? Perché non ha mai incarnato il concetto universale di Vittoria? La risposta sulla maledizione di Roberto Baggio è affidata all’Animale. «Se il signorino solo fosse stato un po’ più... se solo avesse avuto un altro carattere». Ma, in fondo, meno male. Perché, ci pensate, un Mondiale vinto da Baggio e non da Grosso? Dopo, non si sarebbe stato più nulla. «Saremmo finiti in un’illusione eterna». Fuori dal mondo sensibile. Legenda aurea, tavola smeraldina, opera al rosso.

di Miska Ruggeri

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Commenti all'articolo

  • jasone

    24 Gennaio 2012 - 18:06

    BAGGIO è stato sempre divino e lo sarà per sempre anche quando qualche allenatore gli legava i piedi alla panchina della nazionale.

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