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Curi, Foè, Feher, Puerta: trent'anni di lutti negli stadi

Da Taccola della Roma al centrocampista del Perugia, le morti nel calcio italiano. Dubbi all'estero; doping e pochi controlli

Curi, Foè, Feher, Puerta: trent'anni di lutti negli stadi
Morire di calcio: si dice così, forzando un po' la mano e soprattutto rischiando di mischiare le carte in modo sbagliato. Quando un calciatore, o uno sportivo, perde la vita giocando, in mezzo al campo e nel pieno delle forze, come accaduto al centrocampista del Livorno Piermario Morosini, il primo pensiero corre sempre al doping. Al veleno che rinforza i muscoli e indebolisce il cuore, fino al momento fatale. In molti casi rimane il dubbio.

I precedenti - Il 2 marzo 1969 l'attaccante della Roma Giuliano Taccola muore per un attacco cardiaco a Cagliari, al termine della partita. Ha 25 anni e un futuro brillantissimo davanti a sé. Molto tempo dopo, nel pieno delle polemiche per le morti sospette di tanti giocatori degli anni '60 e '70 per problemi cardiaci o per il famigerato morbo di Gherig (o Sla), l'ex attaccante di Inter e Lazio Ferruccio Mazzola, fratello di Sandro, parlò di "pasticche da sciogliere sotto la lingua" come pratica comune applicata da mister Helenio Herrera, allenatore proprio di Taccola alla Roma. Il sospetto non fu mai provato con sentenze, ma l'ombra è sempre aleggiata. Lo stesso accadde a Renato Curi, polmone del Perugia anni '70 cui oggi è dedicato lo stadio. Il 30 ottobre 1977 in Umbria arriva la Juventus di Trapattoni. Il 24enne centrocampista (rientrato da un infortunio e, a detta dei medici, non ancora con una perfetta tenuta atletica) crolla dopo uno scatto. Ironia della sorte: Curi era famoso per la corsa instancabile. Lui la chiamava una "vocazione" e scherzava: "Ho un cuore matto, capriccioso. Dicevano che ero malato, pensate un po'". Dieci anni dopo, in serie C2, Andrea Ceccotti della Pro Patria si sente male negli spogliatoi dopo essere uscito per un dolore: "trombosi carotidea alla gamba sinistra", a 25 anni. Il 30 dicembre 1989 l'ultimo dramma in campo, con il difensore delal Roma Lionello Manfredonia si sente male in campo a Bologna, in una domenica di gelo e freddo con 5 gradi sottozero: arresto cardiaco,viene salvato in extremis e lascia il calcio a 33 anni.

All'estero - Diverso il discorso all'estero, dove i controlli medici hanno un livello di attenzione decisamente minore e la medicina sportiva ha maglie decisamente più larghe. I casi emblematici arrivano in casa Inter: nell'estate 1996 il talentuoso nigeriano Nwankwo Kanu viene acquistato dall'Ajax, dopo un'Olimpiade vinta. Stop dai medici per una disfunzione cardiaca congenita, viene operato per la sostituzione di una valvola aortica e torna a giocare un anno dopo. Nel 2003, stessa scena: il senagalese Khaliou Fadiga arriva nel 2003 dall'Auxerre ma un problema cardiaco lo blocca tutta la stagione. Nel 2004, nonostante il parere contrario dei medici, torna in campo nel Bolton, in Inghilterra. Propioil Bolton è stato al centro di un dramma sfiorato, quello di Fabrice Muamba, colto da malore durante il match contro il Tottenham in Fa Cup lo scorso 17 marzo e ricoverato in terapia intensiva. Ora si è ripreso, sta meglio e vuole tornare in campo.

I drammi - Ma c'è chi non ce l'ha fatta. Nel 2003 durante la Confederations Cup, muore per attacco cardiaco Marc-Vivien Foè (nella foto), mediano del Camerun, a 28 anni. Nel 2007 perde la vita in campo a 35 anni Phil O'Donnell, degli scozzesi del Motherwell. Su Antonio Puerta, terzino rampante del Siviglia dei miracoli, restano molti dubbi: muore il 25 agosto 2007, contro il Getafe e pochi giorni prima della finale di Supercoppa europea contro il Milan. Si accascia a terra, i compagni disperati lo soccorrono ma, a 22 anni, non c'è niente da fare. I genitori accuseranno la società andalusa, colpevole di aver sottovalutato i problemi cardiaci noti di Puerta. Qualche anno prima, nel 2004, il dramma arriva dal campionato brasiliano: Serginho del Sao Caetano crolla a terra contro il San Paolo: muore a 30 anni per un arresto cardiorespiratorio. Il 25 gennaio 2004 fanno il giro del mondo le immagini degli ultimi istanti di vita di Miklos Feher, 24enne attaccante del Benfica e della nazionale ungherese che a Guimarães, in una partita di Liga portoghese entra in campo nel secondo tempo, realizza l'assist per il gol partita e nel recupero si becca un'ammonizione. Sorride, poi si blocca di colpo in mezzo al campo, con le mani sulle ginocchia. Muore in ospedale per "fibrillazione ventricolare causata da cardiomiopatia ipertrofica". Come lui, il 22enne gabonese Guy Tchingoma, arresto cardiaco il 9 febbraio. In campo, come sempre.

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Commenti all'articolo

  • Borgofosco

    15 Aprile 2012 - 13:01

    Quando denuncio l'esasperazione, di uno spettacolo che ha poco dello sportivo, mi chiedo come posso razionalmente ancora credere nel mondo del calcio. Ma le cose potranno migliorare? Il calcio é passione che coinvolge gente che non può essere delusa da atteggiamenti irresponsabili. Le morti improvvise non sono una colpa del calcio e tanto meno dei controlli clinici che vengono attuati con scrupolo. Le colpe son dell'esasperato agonismo che si riscontra anche nelle parole e negli atteggiamenti di chi invita i propri giocatori a combattere una sorta di guerra sportiva. L'adrenalina monta nella misura in cui viene richiesto, all'atleta , di 'dare la vita' per ' questa o quella maglia'. Lo sport portato, all'estremo dell'esasperazione, può comportare persino la perdita del bene più grande che abbiamo: la vita. Allora bisognerebbe cominciare a bandire aggettivi eclatanti che invitano a 'dare il sangue per la causa'. Queste sono soltanto farneticazioni d'ignoranti ed esaltati!

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