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L'editoriale

La vera riforma è pagare i debiti

di Maurizio Belpietro

29 Aprile 2012

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La vera riforma è pagare i debiti

 


Non so se sia a tutti noto, ma lo Stato è azionista di centinaia di migliaia di aziende italiane. La sua è una quota di maggioranza, ma pur essendo il socio più importante,  non si fa mai vedere. Non prende decisioni strategiche né ci mette del suo, investendo i propri capitali. Però alla fine dell’anno, comunque sia andata, pretende il suo dividendo, che in genere oscilla intorno al 50-60 per cento dell’utile. Un azionista così, che guadagna sempre e non rischia mai, dovrebbe avere come interesse di far andar sempre meglio l’azienda di cui è socio, agevolandola e favorendone la crescita con ogni mezzo. E invece no, lo Stato fa di tutto per ostacolare la società da cui deve ricavare utili. Arriva al punto di negarle i soldi che le sono dovuti, costringendola a indebitarsi con le banche quando basterebbe che le liquidasse ciò che le spetta per farla crescere e prosperare. 

Avessimo a che fare con un privato, direi che si tratta di un pazzo, ma essendo uno Stato mi limito a dire che è male amministrato e che se continua così finirà in bancarotta, in quanto le aziende, grandi o piccole, rappresentano la ricchezza di un Paese. Senza di loro non c’è lavoro e dunque non ci sono neppure lavoratori. Senza di loro il prodotto interno lordo non cresce e dunque il debito pubblico non può essere ripagato. In pratica, se le aziende non sono messe nelle condizioni  di svilupparsi e di aumentare il proprio giro d’affari, l’economia va a rotoli. Infatti, come un padre di famiglia che lavora ma non riceve lo stipendio, le imprese che producono ma non vengono pagate prima o poi fanno la fame. Anzi: chiudono.

Chiunque a questo punto capirebbe che è interesse di tutti, dei lavoratori per primi ma anche dell’azionista - Stato che ogni anno ricava fior di tasse, far progredire la società, migliorandone gli affari e i ricavi. Tutti lo capirebbero, tranne l’apparato statale che, insensibile alle sollecitazioni, continua a comportarsi nel peggiore dei modi, non pagando le imprese che lavorano per lui e che a lui pagano le tasse. L’inchiesta che pubblichiamo oggi, a firma del nostro Andrea Scaglia, dimostra che le mancate erogazioni da parte dell’amministrazione pubblica nei confronti delle imprese per lavori eseguiti sono arrivate a livelli record. In qualche caso i ritardi sono di quattro anni, mentre nel migliore ci si limitata ai sei mesi. 

Si trattasse di un privato, nei suoi confronti sarebbe già stata presentata un’ingiunzione di pagamento e, non fosse bastata, anche un’istanza di fallimento. Ma siccome lo Stato è intoccabile e costringe i privati a rinunciare ai propri diritti, rivolgersi a un tribunale per ottenere i propri soldi è praticamente impossibile. In tal modo, un’azienda su tre invece di far portare i libri in tribunale all’amministrazione borbonica che l’affama è costretta essa stessa a rivolgersi ai giudici causa insolvenza. Eppure la società è in attivo, ha parecchi crediti e potrebbe tranquillamente proseguire la propria attività. Ma per farlo sarebbe necessario che lo Stato si comportasse come una qualsiasi impresa, rispettando i tempi di pagamento e, soprattutto, il codice civile. 

In fondo ci vorrebbe poco: sarebbe sufficiente che a fronte di un debito di un qualsiasi ente pubblico il Fisco accettasse di fare pari e patta con le tasse. Se io Stato devo dei soldi a un’azienda, nel caso non sia in grado di saldare il debito, la società è autorizzata a scalare il credito dalla prossima dichiarazione dei redditi. E invece no. L’Agenzia delle entrate si comporta come se fosse un soggetto terzo dall’amministrazione statale, esigendo le imposte anche quando sono molti di più i soldi che gli uffici della stessa amministrazione devono alle imprese. Può funzionare un Paese così? Ovviamente no. Anche perché, essendo un azionista occulto di quelle aziende, se lo Stato le strangola è come se strangolasse se stesso. 

Si può dunque discutere da qui all’eternità di come far crescere l’Italia e far ripartire l’economia, ma fino a che lo Stato non si deciderà a pagare i propri debiti nei confronti delle aziende, sarà difficile far sviluppare il Pil. Non si può pretendere che la banche mettano i soldi per la crescita, quando il primo a non metterli è proprio chi dice di volerla. Come vedete, prima di inventare nuove tasse, prima di intervenire sul mercato del lavoro, si poteva attuare una  riforma a costo zero che avrebbe rimesso in moto le cose ed era la riforma dello Stato, della sua amministrazione e delle sue finanze. Ma qualcuno dalle parti di Palazzo Chigi deve aver capito che tassare è più facile che riformare.  Per far questo, tuttavia,  non serviva una laurea alla Bocconi.

di Maurizio Belpietro
[email protected]
Twitter: @BelpietroTweet

 

 

 

 

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Commenti all'articolo

  • bellatrix

    01 Maggio 2012 - 10:10

    Invece di ridursi questi si riproducono: altri due assunti x tagliare il bilancio..paradossale che spendano altri stipendi superoro..e noi a pagare Ci vuole una rivoluzione con ghigliottina.

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  • giancarloetrusco

    30 Aprile 2012 - 17:05

    Gent. Dott: Belpietro già tempo indietro ho scritto queste parole ma mi ripeto:leggo il Vs. quotidiano dal giorno della prima uscita e sicuramente seguiterò a leggerlo ma vorrei che Voi con molto coraggio e onesta incominciate ha scrivere sul Vs. quotidiano che l'unico sistema per poter togliere di mezzo tutta questa sporcizia dei politici corrotti e ladri è quella della rivolta fiscale non pagare le tasse perche diversamente l'unica rivolta rimasta e quella di sparare perche chi percepisce 800 o 1000 euro al mese come fa ha pagare tutti i rincari e la tassa sulla casa impostaci da il cadavere monti e che servono esclusivamente ad ingrassare il porco poi questi bastardi mandano in giro finanza equitalia a depredare quei pochi beni che abbiamo e che la costituzione ci garantisce e questi signori io li chiamo il braccio armato della mafia aspettando un Suo scritto nel "LIBERO" la saluto e gradirei una sua risposta

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  • bimbomix

    30 Aprile 2012 - 15:03

    non lavorare più per lo stato o per gli enti pubblici. Rifiutare qualunque commessa di fornitura , non partecipare agli appalti pubblici, trovare clienti all'estero .Tanto se lavori per lo stato italiano sei sicuro di rimetterci la pelle : meglio chiudere e andare a pescare trote.

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