L'editoriale

Peggio dei politicici sono solo i tecnici

Matteo Legnani

Fabrizio Saccomanni è la prova vivente che peggio dei politici riescono a fare solo i tecnici. Non che della dimostrazione ci fosse bisogno: dopo Mario Monti credo che non esistesse italiano che non fosse già arciconvinto di quali disastri possono fare i professori se tolti dalla cattedra e messi sulla plancia di comando. Ma qualora ci fosse qualche dubbioso, ecco un altro esempio che conferma ciò che dicevamo. A onor del vero, l’attuale ministro dell’Economia non ha l’arroganza e neppure l’ambizione dell’ex presidente del Consiglio, al punto che invece di fondare Scelta civica al massimo potrebbe dar vita a scelta contabile, tale è la sua aria da ragioniere di provincia, senza offesa naturalmente alla categoria che in periferia passa il proprio tempo tra partite doppie e profitti e perdite. Nonostante l’atteggiamento dimesso e anche un po’ remissivo, Saccomanni però pare sia un tecnico sopraffino, un economista di provata esperienza che in Banca d’Italia godeva di grande rispetto e considerazione. In sette mesi alla guida del ministero più difficile fra tutti quelli che compongono il governo però di tanta scienza non ha dato alcuna prova. Sarà la timidezza, sarà che a Palazzo Koch, sede dell’istituto di vigilanza, sono abituati a parlare solo con i soldi, sta di fatto che raramente Saccomanni ha fatto sentire la sua voce e quando lo ha fatto è stato per dire qualche bischerata. Prendete ad esempio le dichiarazioni rese domenica scorsa da Fabio Fazio. Paolo Baffi e altri grandi governatori del passato si saranno rivoltati nella tomba a sentire il loro allievo: ma come, uno tiene tanto al rigore al punto da parlare  solo con la relazione annuale di fine maggio, e poi i suoi eredi appena svoltano l’angolo della sacra istituzione vanno a farsi intervistare da un chierichetto che non si sa se faccia il comico o se sia comico per natura. Non diciamo di sfidare l’arena di Santoro, ma almeno quella di Vespa.  Invece no, Saccomanni ha preferito il salotto di Che tempo che fa, fra un sorrisino e una battutina della Littizzetto. Chissà, forse voleva alleggerire e risultare spiritoso. Sta di fatto che la più bella freddura che gli è scappata di bocca domenica è la seguente: «La crisi globale è obiettivamente finita. Ne stiamo uscendo». Ah sì? E noi distratti che non ce ne eravamo accorti. Sempre lì a lamentarci, a contare i disoccupati, il debito che aumenta e il Pil che sprofonda, non ci eravamo resi conto che la crisi è finita e che siamo fuori dal tunnel, lo stesso in fondo al quale già quasi due anni fa Mario Monti intravide una luce. Sarà che eravamo presi con le statistiche sui «nerd», i giovani sfiduciati che non lavorano e non studiano. Sarà che stavamo facendo i conti di quanto ci costerà la Trise insieme alla Tari e alla Tasi, sta di fatto che la ripresa ci è passata sotto gli occhi senza che ce ne rendessimo conto.  Ma non è tutto. Dopo essere apparso nella nuova casa Vianello, fra Raimondo Fazio e una Littizzetto che somiglia sempre più a una Sandra Mondaini con le parolacce, il ministro dell’Economia si è lanciato e ha iniziato a dichiarare. Nel giro di pochi giorni le agenzie sono state invase dalle sue parole. Si va dal ritorno delle detrazioni di cui solo due settimane fa con la Legge di stabilità era stata decisa l’abolizione, all’annuncio che la manovra ha ridotto le tasse sui cittadini e imprese, naturalmente a loro insaputa: né i contribuenti né le aziende paiono infatti essersene accorti, al punto che Confindustria ha rilasciato giudizi di fuoco sui provvedimenti decisi dal governo. Tra le pensate del titolare delle finanze pubbliche c’e anche la privatizzazione della Rai, piano annunciato dal ministro e poi smentito dal sottosegretario allo Sviluppo economico Antonio Catricalà: il vice che corregge il capo non s’era ancora visto, ma il numero uno di via XX settembre ci ha offerto anche questo spettacolo. Ciò nonostante in questo tourbillon di parole, Saccomanni si è dichiarato ottimista e per dimostrare quanto guardi con fiducia al futuro, invitando gli italiani a fare altrettanto, si è lasciato sfuggire un altro paio di belle notizie. La prima riguarda la revisione della tassazione su conti correnti, su quelli postali e sui titoli del debito pubblico, anticipando dunque un provvedimento che da solo è in grado di provocare fughe in massa di capitali. La seconda invece ha per oggetto l’uso del contante. Grazie a Monti già dallo scorso anno non si possono pagare cash fatture sopra i mille euro, ma da quanto pare di capire Saccomanni sarebbe favorevole a ridurre la cifra massima imposta dall’ex rettore della Bocconi, portandola a cinquecento euro, per poi raggiungere l’obiettivo finale della sparizione della moneta, così gli evasori non avrebbero più la possibilità di creare fondi neri e sarebbero costretti a pagare le tasse. È proprio vero. Per mettere nel sacco i furbi ci serviva proprio un Saccomagno. Altro che titolo di ministro. Qui ci vuole il Nobel. Uno che riesce ad alzare le tasse sui conti correnti, sui Bot e anche sui depositi che i pensionati lasciano alle Poste e poi fa sparire il denaro e anche l’evasione è meglio del mago Otelma. Anzi, è un vero artista. La persona giusta per far da spalla a Fazio e alla Littizzetto. Invece di chiamare la trasmissione Che tempo che fa, con Saccomanni in studio la si potrebbe chiamare Che tasse che ti do. L’importante è che il contratto per il ministro non sia come quello di Fazio. Sapete, con Fabietto la Rai ha raschiato il barile e adesso c’è la spending review... di Maurizio Belpietro