Il vil denaro

Renzi al lavoro per mettere le mani su Mps

Andrea Tempestini

Il giorno dello scontro tra Alessandro Profumo, presidente di banca Mps e la Fondazione guidata da Antonella Mansi, il sindaco di Siena, Bruno Valentini ebbe a dire riferendosi al management che «morto un sindaco se ne fa un altro».  Anche se il concetto appare molto veritiero, a parole è stato smentito da tutti. La presidente della Fondazione ha rilasciato un’intervista per dire che Profumo dovrebbe rimanere. Anche Romano Prodi dopo aver coordinato l’operazione assieme al numero uno delle Fondazioni Giuseppe Guzzetti ha elogiato l’ex manager di Unicredit sapendo di lanciare un salvagente a naufragio consumato. È intervenuto anche Enrico Rossi, presidente della Regione, che sabato aveva sostenuto la tesi che la politica debba stare lontana da Mps. Salvo poi ieri far sapere che il presidente della banca dovrebbe pensarci due volte prima di dare le dimissioni. Il ministro Saccomanni tramite un portavoce si è detto vicino al lavoro dei manager, ma negando la nazionalizzazione ha di fatto archiviato Profumo.  Sul fronte nazionalizzazione soltanto la Fisac Cgil che ha chiesto l’intervento di Saccomanni per conoscere il piano del governo che dia garanzie e tutele ai lavoratori e ai clienti si dice favorevole: «Fermo restando la necessaria ricapitalizzazione, la prospettiva di una nazionalizzazione di Monte Paschi di Siena non va cercata ma allo stesso tempo neanche temuta». Nessun altro sicuramente porta avanti lo stesso auspicio. E quindi in realtà, eccetto Rossi, sono tutti in attesa delle dimissioni di Profumo che dovrebbero arrivare, salvo grossi stravolgimenti, il 7 o il 16 gennaio. Il presidente della Regione Toscana, che al momento della scelta tra Francesco Maria Pizzetti e la Mansi si è schierato per quest’ultima, anche per  la vicinanza con Confindustria Toscana, sembra invece temere l’arrivo di un nuovo presidente della banca. Un timore politico, visto il difficile rapporto che ha con il neo segretario del Pd. Tra i papabili alla successione c’è  appunto Lorenzo Bini Smaghi già membro della Bce e considerato in quota Renzi.  Ed è attorno a questo nodo che nel silenzio si inserisce il lavoro di Matteo. Nonostante le polemiche di Stefano Fassina non esce allo scoperto.  L’ex boyscout di Firenze mirerebbe a mettersi in scia a un eventuale successo. Immaginando che l’ad Fabrizio Viola resti al suo posto, un nuovo presidente avrebbe il compito di traghettare l’istituto fino a dopo il 12 maggio quando una cordata con le fondazioni e fondi esteri dovrebbe trovare il denaro per l’aumento di capitale. Se così fosse si rimborserebbero i Tremonti e Monti bond. Si salverebbe la banca e soprattutto la Fondazione. Contenti tutti. Soprattutto il Pd. Anche se le cose in ogni caso non saranno più come prima. L’assemblea di sabato scorso ha segnato un cambiamento storico negli equilibri del Partito Democratico. Innanzitutto con la vittoria strategica portata a casa, Antonella Mansi è oggi intoccabile. Lo ha fatto capire Dario Nardella, renziano d.o.c, quando ieri riferendosi all’operato della presidente ha dichiarato: «Condivido la sua preoccupazione che punta a salvare non tanto la centralità quanto la sopravvivenza stessa della Fondazione con il fine di tenere la banca più legata al territorio e funzionale al suo sviluppo». Politichese a parte,  appare chiaro che oggi esiste una sola  manovra che Renzi possa sostenere per intestarsi un successo: individuare un nuovo presidente che riavvicini la banca alla Fondazione. Tanto più che dopo decenni il Pd locale è stato messo in un angolo.  Se Gabriello Mancini ammise di aver obbedito agli Enti che lo avevano messo sulla poltrona più alta di Palazzo Sansedoni, fonti vicine al dossier spiegano a Libero che la Mansi, prima della partita a scacchi, avrebbe convocato la Deputazione e fatto chiaramente capire di aver preso la decisione con tanto di codice civile alla mano e che non avrebbe gradito alcuna sfilata di politici. Regione e Comune non si sarebbero mai scontrati con Profumo. Hanno accettato la linea  e le hanno dato carta bianca. Ora infatti si trovano chiusi in una strettoia. Consapevoli che dietro la difesa della senesità c’è una partita molto più ampia che non tocca loro giocare: la tutela dell’intero sistema delle Fondazioni e della Cassa Depositi e Prestiti. Che guarda caso è stata invocata ieri dal presidente di Confindustria Siena, Paolo Campinoti.   Non bisogna dimenticare inoltre che l’associazione degli industriali è stata molto attiva nella vicenda e se la Mansi è riuscita a collegare tutti i punti del disegno è perché oltre a Prodi, Guzzeti, Giovanni Bazoli e una fetta di dalemiani, ha avuto il sostegno di Giorgio Squinzi, numero uno di Viale dell’Astronomia. Un sostegno che nelle ultime ore è arrivato a interferire persino con le mosse del premier. Enrico Letta avrebbe infatti deciso di stare lontano dalla partita sperando di riavvicinare  la stessa Confindustria molto fredda con l’Esecutivo. Tutto questo perché  la politica non c’entra… Claudio Antonelli