L'editoriale

Andrea Tempestini

Innanzitutto una premessa. Negli affari non abbiamo titoli per dare lezione a nessuno giacché la nostra specialità sono le parole, non certo i numeri. A maggior ragione se l’interlocutore è Silvio Berlusconi, il quale con gli investimenti ha dimostrato di saperci fare come pochi altri al mondo. Dunque, lungi da noi voler dubitare che l’incontro di ieri con Sarkozy  non sia andato bene come sembra, ma si tratti di una colossale fregatura. È vero: il presidente francese e il Cavaliere all’inizio sono parsi un po’ freddini, ma quando si sono presentati alla conferenza stampa sembravano amiconi di vecchia data e questo fa ritenere che gli accordi raggiunti siano buoni e giusti, sia per i cugini che per noi. Detto ciò, proviamo a riassumere il senso delle intese raggiunte, cominciando dal punto uno, ovvero dai tunisini che la Francia respinge alla frontiera di Ventimiglia. Da quel che è dato sapere sull’immigrazione i due capi di governo avrebbero «trovato una perfetta identità di vedute». Silvio ha riconosciuto che i francesi hanno un’immigrazione cinque volte superiore alla nostra, mentre il consorte di Carla Bruni ha annunciato che d’ora in poi i due paesi lavoreranno insieme per rinnovare il trattato di Schengen. In pratica Berlusconi e l’inquilino dell’Eliseo scriveranno una lettera a quattro mani al presidente della Ue per segnalargli, se questi non se ne fosse accorto, che qualcosa in quel trattato non va. Urge modifica. E Barroso infatti ha replicato che chiunque può mandare delle cartoline a Bruxelles. Due.  I presidenti avrebbero parlato poi della Libia, ovvero della guerra che, in vista delle elezioni,  Sarkozy ha scatenato contro Gheddafi nella speranza di risalire un po’ nei consensi  oltre che di portare a casa qualche affaruccio per il suo paese.  A questo proposito Berlusconi ha confermato che l’Italia non parteciperà a dei bombardamenti veri e propri, ma si limiterà a sganciare qualche bombetta, cioè dei razzi di precisione su obiettivi militari». Negato che nel mirino dei nostri aerei ci siano le città («escludiamo con certezza la possibilità di provocare danni alla popolazione civile» ha detto il nostro premier), resta da capire se gli obiettivi  da attaccare siano dislocati nel deserto. Ma una cosa appare chiara: noi cannoneggeremo le truppe di Gheddafi, ma in modica quantità. Le bombarderemo, ma appena appena. Tre. Al vertice si è discusso anche dell’Offerta di pubblico acquisto di Lactalis su Parmalat. Sapendo dell’intenzione del nostro governo di difendere l’italianità dell’azienda di Collecchio, il vicino ha avuto il garbo di presentarsi lanciando l’operazione giusto qualche ora prima di varcare la soglia di Palazzo Chigi. Ma secondo quanto ha assicurato il presidente francese non si tratta di un’Opa ostile. La società transalpina prenderà le azioni di quella italiano non gratis come si potrebbe temere, ma pagandole 2,6 euro l’una e spendendo 3 miliardi pur di portarsi a casa uno dei marchi alimentari più noti nel mondo, oltre agli 1,4 miliardi di euro che Parmalat ha in cassa. «Creare gruppi franco-italiani è un gran vantaggio per noi e l’Italia», ha assicurato Sarko di fronte ai giornalisti. I produttori di latte che riforniscono gli impianti parmensi già esultano all’idea. Ringraziano anche i creditori del Cavalier Tanzi, i quali non vedranno il becco di un quattrino, ma in compenso avranno la consolazione di aver concorso con i propri risparmi a creare una grande holding lattiero casearia sulla sponda della Loira. La sola idea che finalmente i marchi di Collecchio si ricongiungano a Cademartori, Galbani e Invernizzi, già scippati da Lactalis negli anni precedenti, commuove. Quattro. Da quel che riferiscono le agenzie, la sintonia tra Italia e Francia sarebbe stata tale che Sarkozy  si sarebbe detto «onorato di sostenere l’italiano Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea, la cui candidatura sarà un ottimo segnale». Dunque, vediamo di ricapitolare. Se abbiamo capito bene,  le intese raggiunte ieri tra i rappresentanti dei due paesi prevedono di cedere il governatore di Banca d’Italia alla Bce, la Parmalat alla Lactalis e i nostri aerei agli interessi militar-elettorali del signor Bruni. In cambio otterremmo di tenerci i tunisini e tutti gli altri in arrivo sulle nostre coste. Come abbiamo detto, essendo più esperti  in fregature (subite) che negli affari, non abbiamo i requisiti per poter impartire lezioni sicché non ci metteremo a discutere con il Cavaliere, che le fregature è solito darle e non riceverle: Fini e Bersani ne sanno qualcosa. Ci permettiamo perciò una sola domanda: non potevamo tenerci Draghi e cedere i clandestini a Sarko? Fatti conti, pagare il governatore costa meno che dare mille e cinquecento euro a testa agli immigrati. E poi, una volta messo nel centro di accoglienza di via Nazionale a Roma e lasciandogli fare la sua relazione a fine maggio, in fondo Draghi disturba di meno dei clandestini. Si lamenterà un po’ Tremonti, ma meglio lui che gli italiani. O no?