L'editoriale

Andrea Tempestini

Stupirsi del clima infuocato in questi ultimi giorni di campagna elettorale è assurdo. Dopo anni e anni di polemiche fra i due schieramenti, che sono poi tifoserie che si combattono accusandosi reciprocamente di illegittimità democratica, e ricorrendo spesso ad armi improprie, invitare alla calma i politici in competizione - come fa ogni due per tre il presidente Napolitano - è inutile: le raccomandazioni generiche lasciano il tempo che trovano. Recentemente, c’è stata la giornata della memoria, con la quale si intendeva rendere onore alle vittime del terrorismo, ma guarda caso sono stati ricordati con enfasi prevalentemente i giudici. Carabinieri, poliziotti e giornalisti, che pure sono stati ammazzati in quantità dal comunismo armato,  sono passati in secondo piano: morti minori. Non si è tenuto conto neppure del fatto che la morte rende tutti uguali. Perché? È noto che Silvio Berlusconi è in attrito con una parte della magistratura (le cosiddette toghe rosse) da lui giudicata parziale e tendente a perseguire fini politici e non di giustizia. L’impressione che si è avuta (nettamente) è questa: è stata colta l’occasione della giornata della memoria per rispondere agli attacchi del premier (e del suo Pdl) rivolti ad alcune Procure. Vero o no che sia, ciò ha inasprito i toni della propaganda elettorale, già ai limiti della decenza dopo che Lassini - candidato consigliere comunale a Milano - aveva, su propria iniziativa, affisso manifesti recanti la scritta: “Via le Br dalle Procure”. Brutta storia? D’accordo. Ma all’uomo occorreva - e occorre - riconoscere l’attenuante di essere stato incarcerato, all’epoca di Tangentopoli, e scarcerato perché innocente. Chi ha subito un errore giudiziario ha diritto al mugugno, concesso perfino dai regimi più truci. Milano, sarà perché ci abitiamo, sembra la città più tesa in queste ore di vigilia del voto. Ma finché la polemica, pur al di fuori dei canoni del bon ton, è politica, si può tollerare. Per esempio, il bisticcio tra Letizia Moratti e Giuliano Pisapia, avvenuto in tivù durante un faccia a faccia, anche se la signora ha trasceso dicendo cose sbagliate a riguardo del suo avversario, non è stato solo un episodio increscioso: ha, se non altro, acceso i riflettori su un problema grave e mai affrontato nella Seconda Repubblica. Ci riferiamo alla contiguità di alcune aree dell’estremismo di sinistra ai partiti eredi della tradizione comunista. In altri termini, molti personaggi che in passato frequentavano ambienti ai confini della legalità, o addirittura considerati terreno di coltura per il terrorismo, si sono riciclati e adesso militano in formazioni politiche diciamo pure “regolari”. Questo è un bene e non un male. Ma attenzione. Risulta che alcuni ex estremisti abbiano perso il pelo ma non il vizio: in sostanza continuano a coltivare le vecchie passioni e a bazzicare nei luoghi cari a noglobal, disubbidienti, gente incline alla violenza. Il che, di per sé, non è reato ma è paradigmatico di una mentalità che non si concilia con la democrazia né con le esigenze di metropoli (Milano, Torino e Napoli, per citarne tre) bisognose di tranquillità per uscire dalla crisi e lavorare seriamente. Ecco il perché del nostro appello odierno: “Via le Br dalle liste elettorali”, che fa il verso al manifesto di Lassini, ma ne corregge il tiro. I reduci dell’extraparlamentarismo, i militanti di risulta dei gruppi fanatici (prevalentemente di sinistra) sono pregati di ritirarsi, e i partiti che li accolgono e se li coccolano abbiano un ripensamento, e si ripuliscano dalle scorie rivoluzionarie. Gli italiani chiedono ai loro rappresentanti un minimo di affidabilità che certi candidati dai trascorsi burrascosi non possono garantire.