L'editoriale

Andrea Tempestini

Lo sgarbo a Sgarbi non consiste nella bocciatura senza appello del suo programma, che ha avuto una lunga gestazione ed è vissuto un giorno solo, ma nel modo in cui è avvenuta, volgare e vile. Visto da fuori, ciò che è accaduto sembra studiato a tavolino per far precipitare il Professore dalla cattedra, trattarlo come un alunno negligente e punirlo trascinandolo dietro la lavagna. Non si fa, non si doveva fare. Vittorio è anche un personaggio televisivo, ma non è un lavoratore della televisione dal quale si possa pretendere una trasmissione irrigidita in schemi tecnicamente idonei ad accalappiare il vasto pubblico della prima serata, compresa la gente meno provveduta (che però incide sull’audience), quella che si aspetta dal video effetti digestivi. Lui è in grado di fare tutto bene: l’opinionista, il guru culturale, l’ospite eretico, il provocatore, l’esegeta raffinato del pensiero alto, l’acrobata degli insulti, il seduttore sfrontato. Tutto tranne il conduttore, mestieraccio che si impara per disperazione o incapacità di impararne altri, una via di mezzo fra il guitto e il giornalista. Un ruolo che conviene lasciar ricoprire a chi ne ha la predisposizione psicologica: Pippo Baudo, Flores, Santoro eccetera. Mettere Sgarbi a dirigere il traffico in uno studio ingombro di telecamere e riflettori significa condannarlo all’insuccesso, se il successo si misura col metro dell’auditel, l’unico usato dalle reti, specialmente Rai Uno, madre del genere nazionalpopolare. Se proprio si desiderava trasformare il Professore in showman, bisognava almeno avere l’accortezza di riservargli una nicchia adatta: in seconda serata, quando la cosiddetta utenza media va a letto per essere pronta, la mattina, a timbrare in orario il cartellino, e su un canale più selettivo, La7, ad esempio. Invece lo hanno sbattuto nella fossa dei peones poco avvezzi alle speculazioni intellettuali nei vari campi dello scibile, forse incapaci di comprendere qualsiasi lessico non sempliciotto. D’altronde, Vittorio non sa neppure rinunciare alla propria personalità in omaggio al conformismo né è attrezzato per modificare la propria indole. Piace così com’è. Ma così com’è, non può piacere ai frequentatori abituali delle fiction e roba simile. Di sicuro lo sapeva lui prima di cimentarsi nell’avventura e lo sapeva chi lo ha inditto a ficcarcisi, pregustando la débâcle degli ascolti. Dispiace che Sgarbi non abbia resistito alla tentazione di sconfinare in un territorio “nemico”; l’importante però è che si sia reso conto di aver commesso un errore. Ofelì ofelé fa el to meste. Lui resterà comunque un campione della televisione, ma a patto che torni nel suo brodo. Pur essendo un eccellente storico dell’arte non gli è mai passato per la mente di dipingere e di scolpire. Lo avesse fatto, non sarebbe Sgarbi, suppongo. Ciascuno stia al proprio posto. È una regolina a cui avrebbe dovuto attenersi anche Gianni Agnelli. Invece sgarrò. E ce accorgiamo soltanto adesso che i giudici di Berna e Vaduz hanno negato le rogatorie ai colleghi milanesi, sicché le ricchezze da lui esportate (secondo le accuse) rimarranno occulte, a disposizione di chi possiede le chiavi dello scrigno (bancario) straniero. Ma non è questo il punto. L’evasione fiscale è molto praticata dai compatrioti, e quella dell’Avvocato non avrebbe stupito nessuno se non fosse che lui si atteggiò sempre, dandola a bere a tutti, a splendido signore al di sopra di ogni meschineria. A forza di darsi arie da re d’Italia, finì per essere davvero considerato tale e, come tale, celebrato, ammirato, riverito, osannato. Se ne ebbe conferma quando morì. Dalle penne più rinomate sgorgò un fiume di elogi. Chi parlò di lui, si tolse il cappello e si inginocchiò; politici, imprenditori, giornalisti, pizzaioli, chiunque cercò di imitarlo. Agnelli era un simbolo di eleganza, classe, signorilità. Fu nominato senatore senza scadenza, massimo riconoscimento. Invidiato, amato, venerato, chi avrebbe immaginato che l’uomo avesse recitato la parte del grande italiano mentre era un italiano piccolo piccolo come molti di noi? Un evasore fiscale, altro che mito. Stento a crederci, ma pare sia così. Non sono deluso, semmai divertito pensando alla faccia che faranno i milioni di lacché (che lo issarono su un piedistallo di saliva) davanti alla presente notizia.