L'editoriale

Giulio Bucchi

Con una lettera al Corriere della Sera, ieri Pier Luigi Bersani ha provato a dimostrare che il Pd, se non le mani, ha almeno la coscienza pulita. Secondo il segretario quella che ha investito uno dei suoi uomini di spicco in Lombardia è una vicenda a cui il maggior partito della sinistra è estraneo, e nel peggiore dei casi riguarda i dirigenti locali. I nostri bilanci sono in ordine, ha scritto l’ex ministro dell’Industria. I conti sono addirittura certificati da primarie società di revisione. Dunque, non c’è pericolo di fondi neri, men che meno di tangenti. Oltre a ciò, Bersani ha aggiunto che i democratici, se non diversi dal punto di vista genetico, lo sono da quello politico, in quanto non accusano i magistrati di perseguitarli e si sottopongono docilmente al giudizio dei tribunali. Sarà, ma si dà il caso che con Alberto Tedesco, il senatore piddino appena sfuggito all’arresto, non sia andata esattamente così. Emanuele Macaluso, uno che i comunisti e i loro eredi li conosce bene avendoli frequentati per una vita, lo ricordava ieri sul Riformista. Spiegando che, a proposito dell’ex assessore della giunta Vendola, il Pd ha avuto quanto meno un atteggiamento contraddittorio. Prima lo ha sottratto alle grinfie dei pm, consentendogli di entrare in Parlamento grazie alle dimissioni dell’ultimo degli eletti. Poi ha fatto la faccia feroce del partito legalitario, ben sapendo che il compagno pugliese non sarebbe finito in gattabuia perché altri avrebbero provveduto a salvarlo. Si potrebbe parlare di doppiezza togliattiana, se scomodare il vecchio Palmiro per accostarlo al più giovane Bersani non fosse troppo. Sta di fatto che il numero di affari loschi che coinvolgono esponenti del Pd comincia a essere piuttosto elevato. Il nostro Franco Bechis qualche giorno fa ha fatto l’elenco di tutti i compagni finiti nel mirino della magistratura. La lista è lunga, più di 400 persone con incarichi locali o nazionali. Singole mele marce, come ha tentato di far credere il segretario? Onestamente si fatica a digerire una simile spiegazione, soprattutto quando a essere coinvolti nelle indagini sono funzionari di primo piano molto vicini ai vertici. È il caso del compagno Franco Pronzato, responsabile del partito per il settore trasporti, oltre che consigliere del futuro capo dei democratici: accusato di aver incassato tangenti in qualità di consigliere Enac, ha patteggiato. Ancor più difficile da mandar giù è la faccenda in cui è coinvolto Filippo Penati, il vicepresidente del Consiglio regionale lombardo che la Procura di Monza sospetta aver preso tangenti milionarie. Bersani nella lettera al Corriere liquida le accuse con poche parole, augurando al compagno di dimostrare presto la propria innocenza, e riconoscendogli di essersi comportato con onore, avendo egli fatto un passo indietro. Purtroppo per il segretario del Pd la sua missiva è uscita nello stesso giorno in cui Penati si è presentato in Consiglio regionale al suo solito posto, svelando così il trucco di dimissioni finte, che riguardano esclusivamente il gruppo e non la carica. Il compagno ha sì fatto un passo indietro, ma continuando a occupare la poltrona e a incassare il relativo stipendio. Ma non è questo che ci preme. Dal numero uno del maggior partito di opposizione, invece delle solite frasi di circostanza come quelle vergate ieri, vorremmo alcune parole chiare. Innanzi tutto desidereremmo sapere quali sono i rapporti  intercorsi tra il segretario nazionale e Penati. Nei giorni passati abbiamo pubblicato brani di intercettazioni telefoniche in cui si capisce che Bersani conosce molto bene il vicepresidente del Consiglio lombardo. Non a caso alle primarie Penati è stato il coordinatore della mozione che ha portato l’ex ministro dell’Industria a conquistare il partito. Il suo ruolo nella vittoria non dev’essere stato di secondo piano, visto che poi Pier Luigi lo ha premiato nominandolo capo della segreteria politica, vale a dire suo braccio destro. Incarico che però Penati ha mollato molto presto, dimettendosi inspiegabilmente il 16 novembre. Ufficialmente perché il candidato del Pd, Stefano Boeri, era stato battuto alle primarie per il sindaco di Milano da Giuliano Pisapia. Un addio che sorprese molti. Innanzi tutto perché a scegliere Boeri era stata la segreteria provinciale e non il capo della segreteria di Bersani. E poi perché, in un Paese dove non si dimette mai nessuno, è curioso vedere qualcuno lasciare nonostante nessuno lo abbia  richiesto. Insomma, caro segretario, Penati non è un oscuro militante, le cui vicende possono essere liquidate facilmente. È un dirigente chiave del Pd da anni e, oltre a chiedersi cosa sarebbe successo alle elezioni milanesi se le accuse contro di lui fossero state rese note prima del voto, c’è da domandarsi se a novembre si sia davvero dimesso per la sconfitta di Boeri o non piuttosto perché a conoscenza dell’uragano che stava per investirlo. In tal caso, anziché di diversità, sarebbe più corretto parlare di furbizia.