L'editoriale

Andrea Tempestini

Non so se Berlusconi e Tremonti si siano mai davvero amati. Forse tra i due c’è stato un momento magico all’epoca dell’accordo con la Lega, quando il ministro dell’Economia portò in dono l’alleanza con Bossi, pazientemente ricostruita in seguito alla clamorosa rottura sei mesi dopo la nascita del primo governo di centrodestra. Sta di fatto che quel periodo è archiviato da un pezzo e ora i due se non si odiano, di sicuro diffidano l’uno dell’altro. Silvio è convinto che Giulio lavori per prendere il suo posto e lo accusa di ogni slealtà, sospettando che certi errori nella manovra non siano stati casuali ma facessero parte di un disegno per mandarlo a casa. L’altro, chiuso nel suo ufficio, ha fatto il vuoto intorno a sé, allontanando molti collaboratori nel timore di una congiura e accusando il principale d’avergli messo qualcuno alle calcagna per spiarlo. A sentire gli spifferi del Palazzo, nelle ultime settimane i due addirittura si sarebbero tolti il saluto, rifiutando di parlarsi anche per interposta persona. Perfino Gianni Letta, l’uomo che ha ricucito gli strappi più brutti, compresi quelli con Napolitano, avrebbe fallito la missione. Come se non bastasse, su un rapporto già teso è caduta pure la tegola di Marco Milanese. Mentre il Cavaliere era impegnato a salvare dal carcere il consigliere politico del ministro dell’Economia, quest’ultimo si è imbarcato per  Washington, disinteressandosi delle sorti dell’amico, ma soprattutto di quelle del governo, che con l’arresto avrebbe potuto ricevere il colpo finale. Per il premier questo è stato l’ultimo sgambetto: la prova definitiva che di Tremonti non ci si può fidare poiché è un ingrato. La rabbia del presidente del Consiglio ovviamente è caduta su un terreno fertile. Tra ministri e deputati non è che gli estimatori di Giulio abbondino. Se potesse la quasi totalità dei colleghi gli taglierebbe la gola e qualcuno sarebbe pronto a mandare a casa l’esecutivo pur di mandare a casa anche lui. Dunque, appena intuita l’ira di Silvio per la fuga americana del ministro, mezzo Pdl ha cominciato a fantasticare sul sistema migliore per liberarsi per sempre del commercialista di Sondrio, come è sprezzantemente chiamato. Un’offensiva che rischia d’avere successo, in quanto scatenata nel periodo di maggior ribasso delle quotazioni del deus  ex machina di via XX Settembre. Nonostante i malumori, fino ad oggi il suo ruolo non era mai stato messo in discussione per due ordini di motivi. Il primo consisteva nella vicinanza a Bossi, il secondo nella situazione finanziaria internazionale.  Per Tremonti il legame con il capo della Lega era infatti quasi una specie di assicurazione sulla vita, che lo proteggeva dai rischi di reazioni interne al Pdl. E allo stesso tempo per l’instabilità dei mercati la sua presenza ai vertici del ministero veniva giudicata indispensabile, quasi una garanzia contro il pericolo di un fallimento del Paese. Ma, quasi in contemporanea, sono venuti a cadere i due presupposti grazie ai quali in questi mesi Tremonti ha salvato la poltrona.  Il legame con il Senatur non è stato in grado di proteggere il ministro dalla furia di amministratori e parlamentari leghisti per i tagli. Mentre la bufera sui titoli di Stato ha dimostrato che non basta Giulio per evitare la speculazione. Tremonti  rischia dunque davvero di dover fare le valigie. In realtà ieri c’era chi si aspettava che le avesse già fatte. Dopo la lettura dei giornali, con gli attacchi partiti da una parte della sua maggioranza, qualcuno si aspettava le dimissioni del ministro, confidando nella sua proverbiale suscettibilità. La lettera invece non è arrivata e a questo punto è scattato il piano B. La strategia punta a logorarlo e a fargli saltare i  nervi. In pratica si tratterebbe di esautorarlo,  togliendogli il potere decisionale che fino ad oggi gli ha consentito di fare il bello e il cattivo tempo, chiudendo o aprendo i rubinetti dei ministeri a seconda del suo giudizio. L’ultima parola sulle misure non spetterebbe più al ministro, ma a una cabina di regia, cioè a un gruppo   appositamente indicato dal premier. Il primo segnale che il vento è cambiato, Giulio lo troverà già al suo rientro dal Fondo monetario. Il piattino che gli sarà presentato prevederà tutta una serie di provvedimenti, a cominciare dalle pensioni per finire alle dismissioni del patrimonio dello Stato. Una specie di nuova manovra finanziaria per respingere i nuovi attacchi contro l’Italia. Una manovra che al contrario delle precedenti  non è partorita  dall’uomo che negli ultimi tre anni ha regnato sull’Economia. L’intenzione è quella di fare abbassare la cresta a Tremonti: non più premier ombra che controlla i cordoni della borsa, ma un ministro fra i tanti. Ma qualcuno, sotto sotto, non dispera neppure in un gesto di stizza di Giulio. Per questo ha già in testa con chi sostituirlo. Speriamo che Dio ce lo mandi buono. Altrimenti...