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Tra immigrazione e Covid, la paura è positiva solo quando fa comodo

Da qualche calcolo emerge tutta la sproporzione nella valutazione del rischio

Andrea Cionci
Andrea Cionci

Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

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La paura del Covid va bene, ma quella dell’immigrazione no. Cerchiamo di capire se è vero. Addì 2 ottobre 2020, ore 13.15, Beppe Severgnini su La7, in sintonia col recente scatto d’orgoglio presidenziale, ha ammesso: “Sul Covid gli italiani sono stati SERI: si sono comportati bene perché hanno avuto PAURA!”.

Il mondo liberal-progressista scopre – seppure con lieve ritardo - che il sentimento atavico della paura, voluto dalla natura per allertare l’individuo in vista di un pericolo, per quanto spiacevole, può sortire anche qualcosa di positivo e utile.

In un mare di glicemico irenismo emerge dunque, coraggioso e sicuro, uno scoglio di consapevolezza: la paura, se incanalata positivamente, ci aiuta a tenere ALTA LA SOGLIA DI ATTENZIONE.

Entusiasmati dalla recente scoperta, i media allineati spargono questo sentimento a piene mani,  generosamente, secondo quell’ abusato modo di dire: “come se non ci fosse un domani”.

La musica però cambia del tutto quando i leader di destra lanciano l’allarme sull’immigrazione incontrollata e protestano per lo smantellamento dei decreti sicurezza. Allora, in quel caso, gli stessi vengono additati dagli avversari come cialtroni populisti che “speculano sulla paura”.

Eppure, torna alla memoria quanto dichiarato un anno fa dal Capo della Polizia Franco Gabrielli che, sulla scorta di statistiche del Viminale ha affermato che un reato su 3 è commesso da stranieri.   

Sperando che la maturità scientifica ci assista, proviamo a fare due conti: se sul territorio nazionale gli stranieri sono il 12% dei residenti e commettono un 1/3 dei reati, vuol dire che mediamente ogni straniero è, potenzialmente, 2,78 volte più pericoloso di un italiano.

E’ davvero spiacevole ammetterlo, ma la matematica non risponde a criteri politicamente corretti.

Quindi, se da un lato è certamente plausibile avere paura del Covid perché, ad oggi, (con circa 330.000 casi), lo 0,5 % dei residenti in Italia è positivo e forse potrebbe contagiarci, in base a cosa si dovrebbe stare tranquilli se il 12% delle persone che ci circondano (gli stranieri, appunto) vanta un potenziale criminale quasi tre volte superiore alla media nazionale?

Non è chiaro? Proviamo a chiarire con un’altra stima - a grandi linee - giusto per capire le proporzioni di rischio personale: se possiamo approssimare (per difetto) i reati in Italia degli ultimi periodi a circa 2.300.000 all’anno, quelli commessi da stranieri (1/3) dovrebbero aggirarsi intorno ai 760.000.

Dall'altra parte, ad oggi ci sono stati 36.000 decessi da Covid e armandoci di pessimismo, diciamo pure che alla fine dell’anno arriveranno a 38.000.

A conti fatti: un italiano  su 181 italiani rischia di contagiarvi.

Uno straniero su 11 stranieri residenti in Italia rischia di commettere un reato ai vostri danni.

Mettendola in un altro modo, ancor più difficile da digerire: abbiamo circa 20 volte di più la possibilità di essere derubati, minacciati, rapinati, truffati, stuprati, aggrediti e uccisi da stranieri rispetto alla possibilità di andarcene all’altro mondo per il Covid.

Certo, questi calcoli vanno presi con beneficio d’inventario:  chi può dire se il terrore di uno stupro o di una rapina viene vissuto in modo più o meno grave della paura di morire da parte di una persona magari già anziana e malata. Bisogna ammettere che le misure anti-Covid sono prese per evitare il rischio di intasare gli ospedali, ma, di converso, nemmeno le carceri stanno messe benissimo. E' vero che delinquono anche gli italiani, sebbene mediamente 2,78 volte in meno, ma essendo autoctoni, non si possono bloccare alle frontiere come potrebbe avvenire per gli stranieri. I fattori sono tanti, eppure, anche a grandi linee, la SPROPORZIONE nella valutazione del rischio per i cittadini è patente.

E allora, la domanda non è più “di pancia”,  ma di testa: come mai sulla base di questi dati si attua una politica molto restrittiva per non far ammalare le persone di Covid mentre sull’immigrazione - che, pur essendo molto più controllabile mette a rischio l’incolumità dei cittadini 20 volte di più  - addirittura si smontano i già insufficienti decreti sicurezza?

Come mai sul Covid si tiene alta la paura per alzare utilmente il livello di attenzione mentre sull’immigrazione ci si rilassa in tal modo?

Ognuno tragga le proprie conclusioni.

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