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Emiliano Mazzenga, il nostro giovane compositore di musica da film che sta vincendo tutto

La musica da film, spesso sottovalutata è, per certi versi, l'erede della grande tradizione sinfonica

Andrea Cionci
Andrea Cionci

Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

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Riusciamo a immaginare l’incedere imponente di Lord Fener in Guerre Stellari senza le note cadenzate della Marcia Imperiale di John Williams, oppure la pinna de Lo Squalo, filante sul pelo dell'acqua, senza l’ossessivo alternarsi sul mi-fa dei contrabbassi

La musica da film coinvolge lo spettatore quasi inconsapevolmente, catturato com’è dallo schermo, dalla visione, eppure - come confessò Spielberg – essa può costituire il 50% del successo di una pellicola e legarla per sempre alla memoria del pubblico.

Pensiamo solamente a quello stridulo, graffiato ululato del coyote  simulato all'arghilofono o al clarinetto modificato con cui il Maestro Ennio Morricone ha reso immortale il Buono, il Brutto, il Cattivo.   

Con una colonna sonora meno geniale, lo spaghetti western di Sergio Leone sarebbe entrato così prepotentemente nel mito del cinema? Chissà...

Genere piuttosto sottovalutato dai critici e considerato quasi “minore”, in realtà, la musica da film è l’ultima erede della splendida cultura sinfonica occidentale prima che, dal ‘900, taluni compositori, costantemente in cerca di un linguaggio nuovo e personale, rompessero con l’armonia tonale e cominciassero a scrivere musica sempre più ostica all’orecchio, dissonante, persino volutamente fastidiosa o provocatoria.

Non c’è da meravigliarsi se la classica contemporanea sia poi finita in una nicchia claustrofobica che imprigiona anche i rari lavori in controtendenza.

La musica da film, invece, mantiene ancora quell’antichissimo rapporto con la “committenza” che nei secoli passati era rappresentata da re, nobili, ecclesiastici, impresari lirici, oggi rappresentati, piuttosto, da produttori e registi i quali non ne vogliono sapere di egoiche astruserie del compositore, pretendendo da lui musica oggettivamente bella, emozionante e significativa per catturare il maggior pubblico possibile.

Ecco perché i concerti di musica da film sono sempre traboccanti di spettatori; molti di questi, solitamente estranei alle sale da concerto, si stupiscono nel vedere file di professori d’orchestra eseguire quei brani così familiari, magari anche scelti per la suoneria del cellulare.

Quella da film è, dunque, musica classica “vera” e, spesso, grande musica.

Ne abbiamo parlato con un giovane compositore italiano - forse un cervello in fuga (?) - il 31enne romano Emiliano Mazzenga che, nel 2019, è stato l’unico europeo a vincere la borsa di studio per il master più prestigioso al mondo in musica da film, presso la University of Southern California. Qui un suo studio

Mazzenga ha appena conquistato cinque premi (l’ultimo due giorni fa con il film Dalì di Kabeer Khurna) per migliore colonna sonora tra Los Angeles, Chicago, Amsterdam e India, ma, personalità schiva e modesta, non ne fa sfoggio.

D. Maestro, quando ha scoperto la passione per questo genere musicale?

R. “La mia non è una famiglia di musicisti, eppure, avevo nove anni quando rimasi folgorato dal film “La leggenda del pianista sull’oceano” , con il protagonista che inventa musica per i passeggeri della nave. Così, iniziai a studiare il pianoforte, ma fin da bambino, piuttosto che suonare musica già scritta da altri, preferivo improvvisare e comporre piccole melodie”.

D. Poi il Conservatorio, a Latina, e le prime commissioni, tra teatro, cinema e TV. Come si crea una colonna sonora?

R. “Dipende dai progetti: a volte ti passano la sola sceneggiatura scritta, in altri casi ti consegnano il film con, o senza musica di appoggio. Poi, il regista spiega al compositore le proprie intenzioni, ma può  succedere che la musica appena scritta metta in luce sfaccettature dei personaggi che lo stesso regista non aveva contemplato”.

D. Un lavoro piuttosto vario, si direbbe …

R. “Esattamente: ho scritto musica per film drammatici, di animazione, romantici, comici, horror… Ogni volta è una nuova avventura che obbliga a cimentarsi negli stili più vari, sempre con la massima attenzione al volere del regista, al gusto mio e del pubblico”.

D. La classica contemporanea ha spezzato questo antico legame?

R. “Diciamo che si è divisa in due filoni: alcuni hanno scelto un linguaggio così personale da rimanere eseguiti e ascoltati solo in una ristretta nicchia. Altri, tipo Allevi, Einaudi hanno preferito tornare a un ascolto più facile. La musica da film mantiene, però, un imprescindibile legame con l’audience: questo è un’enorme risorsa che evita al compositore il rischio di chiudersi nella propria “torre d’avorio” stilistica. Non è un caso che, poi, alcuni di noi abbiano successo anche nel pop e nel rock”.

D. A proposito, i suoi ispiratori quali sono, fra gli antichi e i moderni?

R. “Oltre al M° Morricone - stimatissimo qui, come da noi - Dario Marianelli, (Orgoglio e pregiudizio, “V” per vendetta) molto più famoso negli Usa che in Italia, vincitore dell’Oscar nel 2007 per “Espiazione”. A Los Angeles ho avuto il piacere di conoscere personalmente “mostri sacri” come Thomas Newman (Il miglio verde, Alla ricerca di Nemo), Alan Silvestri (Ritorno al futuro, Forrest Gump) e James Newton Howard (Hunger games, Il sesto senso). Fra i grandi del passato, a volte mi ispiro a Mahler, Prokofiev e Puccini”.

D. Quali sono i suoi programmi per il futuro?

R. “Per adesso vorrei trattenermi altri tre anni negli Usa. Certo, a volte pesa la lontananza dai familiari e dagli amici: non li vedo da un anno, causa Covid. C’è però da dire che in America si varano progetti di ampio respiro e mi piace molto anche la dimensione del lavoro di gruppo che qui è molto comune”.

 

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