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Carlo Calenda, "prima gli italiani": affinità e divergenze (poche) tra il semi-sovranista e Renzi

Andrea Tempestini
Andrea Tempestini

Milanese convinto, classe 1986, a "Libero" dal 2010, caporedattore e digital editor di Liberoquotidiano.it. Il mio sogno frustrato è l'Nba. Adoro Vespe, gatti, negroni e mr. Panofsky.

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Prima gli italiani è uno slogan ovvio. Lo prescrive la Costituzione.
Carlo Calenda (Corriere della Sera)

Sono tutti fessi (o pessimi) a parte lui. È la politica bellezza, così fan tutti, eppure Carlo Calenda fa così un po' più degli altri. Emblematica l'intervista al Corsera. In ordine più o meno sparso. Luigi Di Maio? "Non gli daremmo da gestire un bar ma gli facciamo fare il ministro degli Esteri". La sinistra? "Ha voluto superarla (l'identità repubblicana, ndr) con un'idea sovranazionale, ma ha creato un varco a sovranisti e populisti". Giuseppe Conte? "La persona più distante da me dell'universo. Si arrotola nella retorica, indefinita, magniloquente, vuota. Conte non dice e non decide mai di niente" (lo scrivente avrebbe qualcosa da eccepire sulla "retorica magniloquente" del presunto avvocato del popolo, ma tant'è). 

Di Silvio Berlusconi non ne parla direttamente, si spende però sui magistrati: che ne dice dell'audio sul Cav? "Che un pezzo di magistratura vuole moralizzare gli italiani, non perseguire i reati". Poi su se stesso, le accuse di arroganza: "È il momento di dire le cose di piatto", taglia corto. Matteo Renzi? "Ha governato molto bene. Ma non condivido nulla del modo in cui fa politica oggi".

E quest'ultimo sul fu rottamatore è un passaggio fondamentale: un passato glorioso, un presente da buttare. Fermo restando che quasi tutto ciò che dice Calenda ha il pessimo difetto di essere estremamente condivisibile, ci si interroga un poco sulla sua essenza (di Calenda). Dove si colloca? Chi è? Cosa vuole? Quando lo tacciano di essere una sorta di Renzi 2.0 storce il naso, Calenda è Calenda, Azione! Eppure - certo circoscrivendo il perimetro di questa analisi a quest'intervista - li boccia tutti, proprio come Renzi, e dello stesso Renzi salva le premesse politiche.

Ma non solo. Perché strizza l'occhio al Cav con una semplice, indubitabile, presa d'atto sullo stato delle cose nella magistratura italiana. Ma soprattutto - ché il Cav oggi è comunque residuale -, proprio come Renzi ai tempi del Cav, lambisce Matteo Salvini, o meglio il suo elettorato. Già, perché fino a qui non abbiamo trattato del passaggio cardinale dell'intervista: "Prima gli italiani - spiega arricchendo le sue riflessioni sulla mancata identità repubblicana, necessaria per un patto tra Pd e Forza Italia - è uno slogan ovvio. Lo prescrive la Costituzione. Perché considerarlo un attacco alla democrazia?". Nulla di sorprendente, se non fosse che a dire "prima gli italiani" ora ci si mette anche Carlo Calenda. 

Giudizi tranchant, tutti fessi (o quasi) tranne lui, le colpe della sinistra, il male della magistratura, il pessimo difetto di dire cose tendenzialmente molto condivisibili e una mano tesa al big-boss della coalizione teoricamente ma anche tecnicamente avversaria, ossia Salvini. Insomma, Calenda continui pure a storcere il naso quando gli danno del Renzi 2.0. Può continuare a farlo all'infinito.

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