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Se la Rai ingabbia la leonessa Leosini

La puntata sullo sfregiatore di Lucia Annibali non va in onda nella Giornata contro la violenza sulle donne

Francesco Specchia
Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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 Leosini tra Annibali e Varani Foto:  Leosini tra Annibali e Varani
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Franca Leosini, a volte, è un’intervistatrice di un’elegantissima crudeltà.

Rivedendo, in una celebre puntata del suo Storie maledette del 2016, il trattamento che la Franca ha riservato allo sfregiatore Luca Varani, be’ si avverte - nella freddezza della cronaca- il più assoluto disprezzo per l’uomo che ha rovinato la vita di Lucia Annibali.

Sicché stupisce la decisione di Rai Storia di cancellare proprio quell’intervista a Varani nel palinsesto della passata domenica 22 novembre dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne, in vista della Giornata internazionale sul tema. La motivazione, da parte della direzione di rete, è stata presa “per non urtare la sensibilità delle vittime e dei telespettatori”. Di fatto, dietro la motivazione si staglia un’affermazione di Lucia Annibali, oggi deputato di Italia Viva. Annibali la definisce “una intervista ritenuta già inopportuna ai tempi, che mi aveva ferito allora, e che mi ferisce ancor di più oggi”; e dice “di non partecipare allo spettacolo della mia vita. Scelgo di esercitare il mio diritto a non sentirmi omaggiata. Preferisco essere io, ogni giorno, a raccontarmi attraverso le mie scelte, le mie idee, i miei pensieri”. Cancellata la puntata (assieme a quella su Izzo, il mostro del Circeo) proposta dalla stessa Leosini, Rai Storia l’ha sostituita con il film-biografia interpretato da Cristiana Capotondi Io ci sono. Che, in effetti, è un omaggio alla Annibali.

Ora, qui abbiamo tre donne di grande professionalità urtate nella propria sensibilità. C’è Leosini che, dedicata alla programmazione di palinsesto per un giorno, non si capacita dell’inversione di marcia di Rai Storia per un’intervista-scoop che “non concedeva sconti” a un signore che merita tutti 20 anni di reclusione assegnatigli (secondo me, molti di più); c’è Silvia Calandrelli brava direttore di rete che non si è sentita di mettere in imbarazzo Lucia Annibali; e c’è la stessa Annibali che, giustamente dal suo punto di vista, prova dolore, rabbia e spiazzamento nel veder concesso diritto di parola al demone che ne martoriato l’esistenza. Dando per scontato che la scelta della censura -perché di questo, alla fine, si tratta- non venga dalla Direzione Generale Rai e che non si tratti di cedere all’indignazione di un pugno di politici (Pd e Iv sopra tutti), si tratta di capire se un servizio pubblico debba privarsi di un’intervista deontologicamente perfetta che guarda in faccia il male per raccontarlo, snudarlo e poterlo combattere meglio; oppure se deve cedere al politically correct per non ferire una deputata della Repubblica. Per noi l’intervista della Leosini, già passata su Raitre, non doveva essere un omaggio alla pur coraggiosa Annibali; ma la testimonianza di quanto in basso si sia potuto piegare il suo aggressore a cui -beninteso- non deve essere concessa alcuna pietà. Franca Leosini, nel confezionare le sue Storie maledette, mostra da sempre una spietatezza chirurgica; si prepara in modo ossessivo; non lascia nulla al compiacimento. E quando ora si domanda, vagamente stizzita (ma conoscendola si vede che, dentro, è incavolata come una bestia): “Di questo passo, se continuassimo su questa strada si dovrà stendere un velo pietoso su qualsiasi fatto di cronaca?”; be’, ha ragione. Non sarà che il compito di noi giornalisti è quello di denunciare gli orrori della cronaca nera, di affondare le mani nel fango per ricavarne la verità dei fatti, di vincere la repulsione di atto orribile da mostrare al mondo affinché possa non ripetersi? Se Truman Capote avesse pensato di urtare la sensibilità delle vittime non ci sarebbe stato A sangue freddo; se non avessero reso noti i dettagli sui preti pedofili non ci sarebbe stato il caso Spotlight; se non si fossero rivelate con fastidiosa precisione le sevizie sul corpo di un ragazzo morto in una stazione dei carabinieri non ci sarebbe stato il caso Cucchi

 

 

 

 

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