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Segreti e bugie, il mezzo che Truman Capote usò per scrivere il suo capolavoro

L'epistolario inedito dello scrittore rivela che non era uno stinco di santo: aveva ingannato i due assassini del Kansas per poter portare a compimento il suo romanzo

Francesco Specchia
Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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Truman Capote Foto: Truman Capote
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Il senso del sangue, l’anima della cronaca, il ritmo della sinfonia di morte. “Resterò qui fino a ottobre, poi mi sposterò, forse in Svizzera. Perché non vo-glio andare a casa finché non ho finito il mio libro sugli omicidi in Kansas e, poiché è molto lungo (presumo 150-200 mila parole), potrebbe volerci un altro anno o più. Non m’importa – dev’essere perfetto, perché mi coinvolge così tanto, mi prende tutto il tempo e credo che, se avrò molta pazienza, potrebbe essere una specie di capolavoro”.

Quando il vibratile Truman Capote scrisse, dalla Costa Brava, all’amico pigmalione Newton Arvin, la sua prima lettera sul massacro di un’intera famiglia del Kansas del 1959A sangue freddo era soltanto l’ombra del reportage immortale che lo rese leggenda sette anni dopo. “Dio sa che materiale straordinario ho, e parecchio: più di 4000 pagine dattiloscritte di appunti. Certe volte, quando penso a quanto potrebbe essere bello, quasi mi manca il respiro. Be’, l’intera faccenda è l’esperienza più interessante della mia vita e, a dire il vero, mi ha cambiato la vita, ha cambiato il mio punto di vista su quasi tutto – è un Gran Lavoro, credimi, e se fallisco avrò vinto comunque”, continuava Capote preso dall’ossessione romanzesca. E nella foga di un inedito epistolario contenuto nel volume E’ durata poco la bellezza (Garzanti), abbondantemente citato da Rai Cultura oggi lo scrittore di fatto conferma i segreti e i sospetti che circondavano la storia sanguinaria di Perry Smith e Dick Hickcock. Ossia dei due assassini patentati di quattro persone (di cui il capofamiglia sgozzato e fatto annegare nel suo sangue) che, salendo i gradini del patibolo prima dell’impiccagione, abbracciarono proprio Capote ritenuto una sorta di arcangelo penitente. Invece Capote non si fece scrupoli nel mentire ai due; continuava a ripeter loro di volergli salvare la pelle e pagargli i migliori avvocati, ma arrivava ad accendere ceri in chiesa per favorirne un’esecuzione veloce. “Ovviamente ti prego di tener conto che non potò propriamente finire il libro finché il caso non sarà giunto alla sua conclusione legale, o con l’esecuzione di Perry e Dick (la più probabile), o con la commutazione della pena (assai improbabile). Con i ricorsi alle Corti Federali ancora disponibili tutta la faccenda si trascinerà di sicuro almeno fino all’estate prossima”, comunicava infatti Truman a Bennet Cerf, suo editore nonché tra i fondatori di Random House. È il 10 settembre del 1962, e Capote che aveva quasi ultimato le bozze si preoccupava che la vita dei killer si ancorasse troppo ai cavilli dei tribunali e alle lungaggini della burocrazia. Lo si scopre da un’altra confessione, indirizzata al costumista Cecil Beaton, suo confidente da anni: “Sto malissimo per la tensione e l’ansia. Perry e Dick attendono l’esito del ricorso alla Corte Federale per avere un nuovo processo: se dovessero ottenerlo (un nuovo processo) avrò un esaurimento nervoso o qualcosa del genere”. Qualcosa del genere. Più che in un esaurimento Capote si stava consumando in una personale ossessione. Al punto da raccontare fatti e dettagli intimi dei due assassini a qualunque amico col quale intrecciasse confidenze di penna. Per esempio al fotografo Richard Avedon, Truman raccontava: “Perry e Dick stanno ancora aspettando l’esito del ricorso – ma Perry si sta lasciando morire di fame, è calato da 76 a 51 chili, e potrebbe morire prima dell’impiccagione – in ogni caso, ha perso la ragione: crede di essere in co stante comunicazione con Dio, e che Dio sia un grande uccello che si libra sopra di lui in attesa di avvolgerlo nelle Sue ali. Il povero vecchio signor Hickock è morto –cancro. Che storia spaventosa e terribile! Questa è l’ultima volta che scrivo un «reportage». Quest’anno non verrò a New York perché voglio rimanere all’estero finché non avrò terminato il libro. Resteremo qui, sulla Costa Brava fino alla fine di ottobre…”.

Capote era talmente intriso dal racconto dell’orrore che sconvolse il villaggio di Holcomb immerso nelle distese di campi di grano e nell’indifferenza degli uomini, che l’evocazione (soprattutto da parte di Perry che come lui aveva subito abusi in famiglia e di cui si dice fosse realmente infatuato) dei delitti assunse la narrazione della tragedia greca inseguita da inquadrature cinematografiche. Quella notte del ’59 Smith e Hickock a scopo di rapina picchiarono e seviziarono la famiglia Clutter, sfondando loro il cranio sia a colpi d’arma da fuoco che col calcio del fucile. Furono presi su un’auto rubata; in sette giorni di dibattimento e 45 minuti di Camera di Consiglio vennero condannati a morte di lì a poco. Negli anni successivi Capote, che arrivò sul luogo del delitto con l’amica Harper Lee decise di penetrare l’anima dei colpevoli. Ma lo fece con stile chirurgico e rigore da entomologo. A Donald Cullivan, un ingegnere di Boston compagno d’armi di Perry Smith spiegò per esempio le sue esigenze di storyteller che si era riproposto di non far intervenire mai nel racconto che doveva apparire al lettore come se stesse osservando la realtà. C’erano, tuttavia, informazioni che Capote aveva preso di prima mano, e soltanto lui poteva sapere: “Ora, il problema è questo, è una questione tecnica”, scrive a Cullivan, “nel libro non c’è la prima persona – vale a dire che io non figuro e, tecnicamente, non posso farlo. Ora, verso la fine del libro voglio inserire una scena tra te e Perry in cui userò del materiale tratto dalle mie conversazioni con Perry – in due parole, ci sarai tu al mio posto”.

Ne uscì, appunto, l’invenzione di un nuovo genere che innervava il giornalismo con descrizioni e tecniche letterarie. Il fatto che dietro la pietas ci fosse una mente priva di scrupoli nulla toglie al capolavoro…

 

 

 

 

 

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