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Fase 2, dipendente contagiato, imprenditore fregato: rischia il carcere (pure se è in regola)

Tobia De Stefano
Tobia De Stefano

Mi sono laureato in legge e me ne infischiavo dell'economia, poi ho iniziato a fare il giornalista, gavetta-collaborazioni-pochi quattrini, e ho capito che senza soldi non si cantano messe. Da quel momento la gestione dei risparmi è diventata la mia passione. Ed eccomi qui a curare un blog sui “Vostri soldi” per il sito più irriverente che potete trovare in rete.

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Sei un imprenditore coraggioso, di quelli che non stanno lì a recriminare sui mancati aiuti di Stato? Non vedevi l'ora che la tua azienda rientrasse nell'elenco dell'ormai famoso quanto discutibile codice Ateco che dava diritto alla riapertura? Nonostante l' inevitabile crollo di ordinativi e fatturato non hai esitato a contrarre altro debito per rispettare tutti i protocolli di sicurezza imposti dall' emergenza Covid? Bene, sappi che non hai fatto ancora nulla, perché da un momento all' altro potrebbe caderti un' altra tegola ineluttabile sulla testa.

Se infatti un tuo dipendente risulta positivo, e anche se eventuali controlli dovessero constatare che hai rispettato nel dettaglio tutte le regole anti-Covid, corri comunque il rischio di subire una denuncia penale che può arrivare a configurare la responsabilità per omicidio colposo nel caso di decesso del lavoratore. E per evitare di essere condannato, sarai tu imprenditore coraggioso a dover dimostrare che il tuo impiegato è stato contagiato altrove. Ma in che modo, purtroppo, nessuno sarà mai in grado di dirtelo. È questo il lato più paradossale di una interpretazione normativa già paradossale di suo che rischia di mettere un ulteriore bastone tra le ruote del futuro già pieno di ostacoli di chi vuol continuare a fare impresa in Italia.

La denuncia arriva dai consulenti del lavoro che come riportato dal Corriere della Sera segnalano il nuovo rischio che corrono gli imprenditori da quando l' Inail ha iscritto la morte per Covid-19 tra gli infortuni sul lavoro. «È un problema non da poco - sottolinea Marina Calderone, presidente del consiglio nazionale dell' Ordine - che rischia di bloccare la riapertura di molte piccole e micro aziende, intimorite da questo rischio. Riterrei urgente avviare una riflessione con le parti sociali per arrivare a una norma chiarificatrice».

SERVE CHIAREZZA - Chiarezza è la parola d' ordine. Perché è di chiarezza che hanno bisogno le migliaia di aziende che stanno per riaprire e che nel pieno dell' emergenza economica da Covid vorrebbero solo capire quando si può ricominciare a fare business e quali sono i paletti entro i quali possono muoversi.
Eppure sembra chiedano troppo. La situazione è talmente paradossale che la stessa Inail ha dato un parere positivo, attraverso il direttore generale Giuseppe Lucibello, a uno sorta di scudo penale a favore dell' imprenditore che abbia rispettato tutte le misure necessarie per contrastare la diffusione del Coronavirus dettate dai protocolli di sicurezza del 14 marzo e del 24 aprile 2020.

L' INCUBAZIONE - Anche perché esistono ancora troppi elementi di incertezza. Per dire, visto il lungo periodo di incubazione del virus, come sarà possibile stabilire davvero il momento esatto del contagio e di conseguenza il posto dove si e verificato, addossando le relative responsabilità? E non solo. Perché c' è il rebus asintomatici che in due mesi e passa il governo non è riuscito a risolvere. Adesso sembrerebbe davvero poco credibile volerlo accollare sulle spalle delle aziende, soprattutto, quelle medio e piccole, che non hanno la possibilità di effettuare i test a iosa che invece sarebbero necessari.

Aspetti controversi che riguardano anche il singolo lavoratore. «Nella circolare numero 13 del 3 aprile 2020 - spiega a Libero l' avvocato Giuseppe Merola dello studio Pirola Pennuto Zei & Associati - l' Inail ha precisato che il contagio da Covid-19 si presume abbia origine lavorativa ed integri, quindi, un infortunio sul lavoro nei casi in cui il lavoratore contagiato sia un operatore sanitario oppure, in ragione delle mansioni svolte, sia esposto a costante contatto con il pubblico (si pensi, ad esempio, ai cassieri o agli addetti alle vendite). In tali casi, si realizza un' inversione dell' onere della prova circa l' origine lavorativa del contagio. In particolare, il lavoratore dovrà limitarsi a provare di aver contratto il Covid-19 e di essere stato in concreto adibito alle attività per le quali opera la presunzione di origine lavorativa del contagio, mentre incomberà sull' Inail l' onere di provare l' origine extra-lavorativa del contagio (ad esempio dimostrando che il virus sia stato contratto in ambito familiare)».

IL RISARCIMENTO - Il punto è che le tabelle Inail coprono l' indennizzo fino a un certo punto, ma può succedere che il lavoratore contagiato non si ritenga soddisfatto e chieda che il danno gli sia ulteriormente risarcito dall' imprenditore. In quel caso, cosa succede? Saranno ritenute responsabili tutte le imprese o solo quelle che non hanno rispettato la normativa sulla sicurezza? E in caso di mancato rispetto anche di qualche cavillo dei protoccoli di marzo e aprile come si farà a stabilire dove il dipendente ha contratto il virus? E se fosse colpa di un asintomatico su chi ricadrebbe la responsabilità?
Nell' incertezza, non poche aziende, nel migliore dei casi aspettano a riaprire e nel peggiore preferiscono chiudere definitivamente per evitare di entrare in un nuovo circolo vizioso di decreti e codicilli. Proprio quello che lo Stato dovrebbe evitare.

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