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Richieste di prestiti alle banche, il Sud resta indietro: perché Conte non vara la fiscalità di vantaggio?

Tobia De Stefano
Tobia De Stefano

Mi sono laureato in legge e me ne infischiavo dell'economia, poi ho iniziato a fare il giornalista, gavetta-collaborazioni-pochi quattrini, e ho capito che senza soldi non si cantano messe. Da quel momento la gestione dei risparmi è diventata la mia passione. Ed eccomi qui a curare un blog sui “Vostri soldi” per il sito più irriverente che potete trovare in rete.

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Che Italia ci ritroveremo dopo la grande crisi? "Ne usciremo migliori" come recitano gli slogan di chi cerca di darsi forza o più brutti e cattivi come invece sentenziano i più cinici? Al di là degli stati d'animo, mai come in questo momento solo numeri e dati possono scattare una fotografia precisa della realtà e quelli elencati ieri dalla Fabi ci danno indicazioni in chiaroscuro. Secondo il sindacato dei bancari, infatti, entro la fine dell'anno si arriverà a circa 2,5 milioni di richieste di finanziamento di Pmi e autonomi coperte da garanzia pubblica. Parliamo dei famosi prestiti fino a 25 mila euro e di quelli che arrivano a quota 800 mila gestiti con il fondo centrale di garanzia. Insomma, parliamo di decine di miliardi di euro di nuova liquidità che potrebbe essere immessa a breve sul mercato. Speriamo bene. 

Il problema è la distribuzione. Per intenderci, a oggi un quinto delle istanze è stato presentato nella sola Lombardia, mentre la Calabria si è confinata in un misero 2,6%. Non solo, se prendiamo le quattro Regioni più produttive del Paese - Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte - vediamo che circa la metà delle domande complessive di finanziamenti arriva da quei territori. In soldoni, Partite Iva e Pmi del quadrilatero del Nord hanno chiesto alle banche circa 7,5miliardi di soldi garantiti dallo Stato per ripartire, il resto del Paese più o meno la stessa cifra. 

LA RISPOSTA - Per tornare all'interrogativo di partenza, la risposta è: stando ai numeri del sindacato dei bancari, dopo la grande crisi rischiamo di trovarci un'Italia più divisa di prima. Dove il Nord, che comunque ha subito in termini di contagi e ripercussioni economiche il danno peggiore troverà nello spessore del suo tessuto produttivo le forze per rialzarsi e il Mezzogiorno si risveglierà con meno soldi, meno imprese e meno gente a lavoro di prima. Una manna per le organizzazioni criminali. 

«Con i prestiti garantiti dallo Stato - sottolinea il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, alcune banche per loro convenienza stanno penalizzando determinati territori e ne stanno favorendo altri, il risultato è che in specifiche aree del Paese, soprattutto del Sud, si sta allargando il rischio usura per le imprese, perché chi non ottiene finanziamenti in banca finisce molto probabilmente in mano alla criminalità organizzata». 

Soluzione? Per Sileoni «dovrebbe intervenire il governo che conosce i nomi delle banche che rallentano i prestiti e dovrebbe intervenire anche la vigilanza. In ogni caso sarebbe stato opportuno inserire nei decreti delle penali per evitare comportamenti scorretti visto che alcuni istituti di credito scoraggiano l'erogazione dei finanziamenti, soprattutto quelli fino a 25 mila euro». Accuse gravi che chiamano in causa il sistema bancario certo, ma anche il governo. Perché al di là dei comportamenti scorretti di qualche istituto, era facile prevedere che le imprese del Mezzogiorno avrebbe scontato delle carenze strutturali (modesti incassi dichiarati, carte in regola ecc) nella possibilità di accedere ai prestiti garantiti dallo Stato. E allora perché non prevedere una cura diversa? Solo poche ore fa, per dire, Fabio Panetta, il membro italiano del comitato esecutivo della Bce, ha ribadito l'importanza di una rinascita del Mezzogiorno per rinvigorire l'economia di tutto il Paese. 

MENO TASSE - Come? «Bisogna valutare in sede europea - ha spiegato - la possibilità di adottare una fiscalità di vantaggio per le zone più svantaggiate del Sud del Paese». In un altro intervento di qualche mese fa, l'ex direttore generale della Banca d'Italia aveva spiegato che secondo le simulazioni di Palazzo Koch «un taglio del cuneo fiscale al Sud pari all'1% del suo Pil - una riduzione di circa 2 punti percentuali dell'aliquota fiscale e contributiva pagata dalle imprese -favorendo l'aumento della domanda di lavoro, avrebbe effetti espansivi sulle ore lavorate totali, pari all'1,4% al picco. In sostanza l'attività economica beneficerebbe, soprattutto nel medio termine, del rafforzamento dei consumi, dell'accumulazione di capitale, dell'accresciuta competitività. Il Pil del Mezzogiorno potrebbe aumentare fino all'1,2 per cento». 

 

Sono simulazioni, ci mancherebbe, e da sola la fiscalità di vantaggio non sarebbe la panacea di tutti i mali, ma di certo può far parte di un progetto più complessivo che riguarda il Meridione. Progetto che il governo non sembra avere. La crisi è crisi, inutile addolcire la pillola, ma è altrettanto vero che nella crisi si aprono anche nuove opportunità. Sta alla classe politica mettere imprenditori e cittadini nelle condizioni di coglierle. E la classe politica di questo esecutivo appare inadeguata.

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