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Incentivi al 110% sui lavori per la casa: ecco perché ottenerli sarà un'impresa

Tobia De Stefano
Tobia De Stefano

Mi sono laureato in legge e me ne infischiavo dell'economia, poi ho iniziato a fare il giornalista, gavetta-collaborazioni-pochi quattrini, e ho capito che senza soldi non si cantano messe. Da quel momento la gestione dei risparmi è diventata la mia passione. Ed eccomi qui a curare un blog sui “Vostri soldi” per il sito più irriverente che potete trovare in rete.

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Com’è possibile? Io decido di cambiare gli infissi in casa, di ammodernare gli impianti per il riscaldamento o di dare una rinfrescata alla facciata della mia villetta e lo Stato oltre a rimborsarmi quello che ho speso mi paga pure un 10% aggiuntivo per il disturbo? In soldoni: io investo nel mio immobile 20 mila euro e come per magia ne ricevo a stretto giro 22 mila? Quella che potrebbe sembrare una boutade si è trasformata nella realtà (almeno in teoria) grazie al decreto Rilancio, l’insieme di misure pensate per rimettere in moto il sistema Paese buttato al tappeto dalla pandemia, con una nuova infornata di bonus e mance varie. I sogni di gloria delle migliaia di proprietari di casa italiani, però, si infrangono davanti ai decreti attuativi e alle circolari delle Entrate e del Mise che mettono paletti e chiariscono quali sono i requisiti che bisogna avere per accedere all’agevolazione, una sorta di rompicapo che siamo sicuri darà luogo polemiche e contestazioni. 

SECONDE CASE - Vediamo perché. Uscendo dal linguaggio tecnico, l’ecobonus prevede una detrazione del 110% in 5 anni per i lavori di ristrutturazione che migliorino l’efficientamento energetico o la classe sismica della nostra abitazione o del nostro condominio. L’agevolazione vale per le seconde case, ma non per gli immobili di lusso. Ed è circoscritta alla seconda metà del 2020 (il decreto è entrato in vigore il 17 luglio) e a tutto il 2021. Chi può richiederla? Non ci sono limiti di reddito, mentre il sussidio può essere ottenuto anche attraverso la cessione del credito al fornitore o a una banca.

Tutto questo in teoria, perché poi la pratica ci dice altro. Il primo intoppo che l’ignaro proprietario di casa si trova ad affrontare è quello dei massimali. Nello specifico, il decreto del Mise all’allegato “I” individua i tetti che non potranno essere superati per ciascun intervento pena l’esclusione totale dal sussidio e non solo per l’eccedenza. E indovinate un po’… sono molto bassi. Per esempio, per la sostituzione del serramento comprensivo di infissi la spesa ammessa è di soli 750 euro a metro quadrato (per le zone climatiche E), mentre un buon intervento non richiede spese inferiori ai 1.200 euro. Non solo. Perché lo stesso allegato chiarisce che in quei costi vanno ricompresi anche gli interventi dei muratori che fanno un lavoro di assistenza. Morale della favola: il rischio è che in molti casi le spese reali finiranno per superare i limiti previsti dalla legge e quindi che la parte eccedente venga versata in nero. Abbiamo approvato una norma che favorisce l’evasione?

«Il problema – spiega a Libero il commercialista Federico Grigoli - è che tutto l’impianto della normativa è macchinoso in quanto richiede l’asseverazione del tecnico abilitato e, se si vuole cedere il credito di imposta, anche il visto di conformità dei commercialisti». Carte su carte, burocrazia su burocrazia. Ma è proprio il meccanismo che non funziona. 

Oltre all’agevolazione fiscale tout court, chi effettua i lavori di ristrutturazione e non ha un reddito tale che gli consenta di accedere alla detrazione può decidere di cedere il credito di imposta al fornitore dietro la garanzia di uno sconto. Nella sostanza, se devo cambiare gli infissi, io posso decidere di pagarli a sconto e in cambio di cedere il credito di imposta che mi spetta al fornitore. Il problema è che dovrebbe trattarsi di fornitori di una certa “capacità finanziaria” perché dovrebbero anticipare le spese vive, insomma vengono tagliati fuori dall’affare tutti i piccoli e medi artigiani. «Se i cessionari del credito di imposta saranno le banche e le società finanziarie – spiega ancora Grigoli - occorre mettere in conto una significativa riduzione dell’agevolazione, anche al 15-20%, del resto la banca non presta a nessuno i soldi gratis. Il problema è che il rischio fiscale resta in capo al soggetto che ha ceduto il credito per cui non si capisce perché il proprietario di un immobile debba sostenere un costo elevato per tutte le procedure se poi alla fine il rischio ricade sempre sulla sua persona». Senza contare che sarà possibile cedere il credito d’imposta solo a partire dal 15 ottobre, quindi con tre mesi di ritardo rispetto all’entrata in vigore della norma. E non finisce qui.

GLI EDIFICI - Perché la riqualificazione globale dell’edificio per motivi inspiegabili non viene “agevolata” con il superbonus al 110% e la detrazione in 5 anni. Un controsenso. Di solito, infatti, questo tipo di interventi sono radicali e abbinano il miglioramento energetico a quello sismico. 

Facile criticare, ma cosa si poteva fare? «Sarebbe stato preferibile – spiega Grigoli - aumentare i limiti di costo (da 96 mila ad esempio a 150-200 mila) e di aliquota (per esempio dal 65% al 95%) della precedente detrazione, magari riducendo il periodo nel quale si recuperano le spese (da 10 a 5 anni), ma lasciando invariato il meccanismo. Con i nuovi adempimenti è probabile che non tutti possano accedere ai benefici anche per la mancanza di professionisti esperti disposti a correre rischi penali in caso di possibili facili errori».

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