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Complimenti per la trasmissione

Braccialetti rossi, audience e malattia

Il caso della fiction di Raiuno

 

 

8 Marzo 2014

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Braccialetti rossi

 

 

Questa recensione ha un peccato originale. Avrei volentieri continuato ad ignorare Braccialetti rossi come fa con chi rimuove il dramma e finge di non sapere, se la suddetta fiction di Raiuno (domenica, prime time) non avesse –ancora una volta- sbancato l’audience (7,2 milioni di spettatori, share 25,9%).
Chi è anche stato solamente sfiorato dalla tragedia più straziante –il cancro di un bambino, roba che ti sconquassa dentro e stravolge le tutte le tue certezze, anche quelle più innominabili- non dovrebbe visionare le storie agrodolci d’un reparto di oncologia pediatrica. Fa male. Non che in questa soap d’importazione spagnola prodotta da Degli Esposti e che ha suscitato l’interesse di Spielberg s’indulga sul pietismo; pure se il piccolo Rocco in coma da otto mesi come voce narrante o la presenza di due ragazzini amputati su due, o le stesse teste calve da chemio che scivolano sulla sedia a rotelle ti strozzano la gola in una commozione naturale. Forse anche troppo. Al punto cheti pare d’annegare in un immenso senso di colpa, se non d’impotenza. Un nugolo di sensazioni sparate in faccia che, per i critici sospettosi come chi scrive, possono far pensare perfino ad una ganascia sull’analisi del contenuto. Beninteso, la confezione di Braccialetti rossi è ben fatta, la regia di Campiotti è inappuntabile, i ragazzini stanno nella parte, a cominciare da Davide bulletto scontroso e Franti deamicisiano del a Vale senza una gamba che s’innamora dell’anoressica Cris invitata per la festa del giorno dell’amputazione. Storie d’amoretti in corsia, drammi smorzati nello spirito di corpo (“Watanka!” è il motto dei giovani degenti), favolismo, vita comune in trincea. Braccialetti rossi è un medical drama incrociato col teen drama che vellica padri e figli.
Rientra nel trend della fiction sulla malattia da esorcizzare, di cui è antesignano The Big C e su cui s’impernia il deflagrante Breaking Bad. Braccialetti rossi in sé aiuta anche, con intento lodevole, ad sdrammatizzare il dolore e a renderlo racconto senza tabù. Unico neo: non ci vedo gran scrittura e scavo psicologico dei personaggi. Naturalmente questa manchevolezza, dato il tema trattato, passa in secondo piano; ma sarebbe accaduto con un altro prodotto? (ps continuo a non raccomandarlo a chi può avere ancora negli occhi piccole bare bianche, o nel cuore sorrisi da latte mai spenti…)

 

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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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