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Complimenti per la trasmissione

Nikola Savic, il vincitore di Masterpiece che pensa in serbo e scrive in veneto

1 Aprile 2014

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Nikola Savic e Massimo Coppola

Il serbo serve, per dirla alla Totò.

In quell’accecante crocevia di contraddizioni - gran qualità e bassi ascolti, pretesa pop e riuscita chic, flop in tv e top sui social- che è stato l’appena conclusosi talent letterario italiano Masterpiece (Raitre, domenica prime time), il vincitore è una specie di giovane Conrad zazzeruto, simpatico, di lingua non italiana. Come Conrad pensava in polacco e scriveva in inglese, Nikola Savic, commerciante della provincia veneziana, 36enne nato a Belgrado, riesce a trasformare le emozioni della sua lingua madre in un’imperlata di paratattici coloriti di dialetto veneto. Savic è un omone che s’è divincolato dalla guerra e che una volta si è trovato a sorridere con una pistola puntata sulla faccia; sfilare tra i giudizi taglienti del terzetto di giudici De Cataldo/Selasi/ De Carlo e gl’interminabili silenzi di Elisabetta Sgarbi, dev’essere stato, per lui, una passeggiata. Savic è un autodidatta. Ha duettato con Susanna Tamaro e sconfitto Raffaella Silvestri, un giovane manager un tantinello spigolosa che faceva coppia col giallista Donato Carrisi. Ha mandato a casa l’ottimo avversario Stefano Trucco, un impiegato comunale dell’ufficio decessi con occhi strabuzzanti e con lo sguardo intermittente di chi potrebbe avere tranquillamente un cadavere nel frigo. Ha superato, Savic, prove stranissime, come giocare a calcio, bendato, con una squadra di ciechi. Ha ruminato Dostoevskij in serbo e Bukowski in inglese, scrivendo un romanzo di formazione, Vita migliore ai limiti dello sgrammaticato; ma talmente potente da essere pubblicato oggi in 100mila copie da Bompiani. Su Twitter, piazza affollatissima dei fans di Mastrepiece, il ragazzotto serbo/veneto è diventato una piccola star. E questo è un bene per un idea meticciata di cultura e di ricerca linguistica.

Resta da vedere se Masterpiece meriti la prima serata, debba restare confinato nella nicchia della seconda o cambi piattaforma (Sky, per dire) per darsi una svolta, o chuda. A me il programma è piaciuto, soprattutto per la sua struttura autorale. Ma faccio poco testo: nel bene o nel male, campo maneggiando e misurando le parole. Maneggiare e misurare l’ascolto è un mestiere molto più infame...

 

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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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