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Se House of cards fosse nella politica italiana

Politica e vendetta nel telefilm Usa

21 Aprile 2014

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Se House of cards fosse nella politica italiana

«Nessuno è un boy scout. Neppure i boy scout...».
Quando, con lo sguardo intagliato nel marmo (e nella malvagità, e nel cinismo, e nell’anima nera che inghiotte la Casa Bianca) Kevin Spacey pronuncia la suddetta frase in camera look; be’, in quello stesso istante ho avuto l’impressione che il telefilm West Wing incrociasse il film Sesso e potere. Tutte le nefandezze del Palazzo in un solo sguardo. Questo esprime House of cards (Sky Atlantic, mercoledì, prime time), probabilmente la più sontuosa serie tv su quella che Rino Formica amava definire «sangue e merda». La politica. Era politica italiana, ma quella americana è molto peggio.
House of Cards è un fenomeno prodotto da Netflix direttamente per il web e ispirato ad un’omonima serie Bbc del ’90; vanta una forza di racconto poderosa, dialoghi brillanti, anche se l’intera struttura drammaturgica s’impernia su un unico protagonista. Ossia Kevin Spacey nei panni del capogruppo di maggioranza Frank Underwood intento ad ingoiare rospi d’ogni grandezza e a supportare, con ogni mezzo, il sodale Garrett Walker. Il quale Walker, diventato Presidente degli Stati Uniti, non mantiene la sua promessa e non sceglie Frank come segretario generale. Da qui la vendetta geometrica, quasi euripidea,dell’ex spin doctor- deputato che, aiutato da una moglie carogna quanto lui (altro che i coniugi Macbeth) , da una giovane giornalista affamata di scoop, e da un onorevole strappato al tunnel della droga e dell’alcol, imbastisce un piano diabolico per fare saltare il «castello di carte», l’House of Cards, appunto. Lo sviluppo narrativo è un complesso gioco a scacchi sulla cui scacchiera Frank lascia gocciolare il sangue dei vinti e degl’innocenti.
Non che ci sia nulla di nuovo. Il cinema Usa ha spesso sviluppato il suo senso dell’oscuro all’ombra del Campidoglio (per un Frank Capra c’era sempre un Alan Pakula) . Ma la trama, qui, scorre e avviluppa. Il caso ha voluto che visionassi House of Cards avendo negli occhi l’intervista fieramante sentimentale di Enrico Mentana a Pierluigi Bersani negli studi di Bersaglio mobile (La7). Bersani non aveva un’oncia della cattiveria di Spacey. E, ad imbastire insulsi paragoni, Renzi non è Walker; e neppure il famigerato voto dei 101 del Pd contro Prodi presidente ricorda lontamente la pugnalata del neopresidente Usa ai suoi fedelissimi. E non m’immagino un capogruppo tipo Brunetta distruggere il sistema. Non è solo questione di essere all’altezza...

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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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