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Verità artefatta

Svelata la trama che inchioda Obama e i suoi:
sull'attacco di Bengasi inventarono tutto

Nell'attacco di Al Qaeda del 11 settembre 2012 persero la vita quattro americani, tra cui l'ambasciatore Usa in Libia Evans

30 Aprile 2014

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Svelata la trama che inchioda Obama e i suoi:
sull'attacco di Bengasi inventarono tutto

Dai fatti di Benghazi - i quattro americani uccisi, tra cui l’ambasciatore Chris Evans, dai fondamentalisti islamici in un attacco terroristico - sono passati venti mesi, ma finalmente sono usciti i “documenti fumanti” che legano la Casa Bianca all’opera di mistificazione che servi’ ad Obama per essere rieletto. Si ricordera’ che l’ex ambasciatrice all’Onu Susan Rice, cinque giorni dopo l’11 settembre 2012, il giorno dell’assalto nonche’ 11esimo anniversario delle Torri Gemelle del 2001, partecipo’ a diversi talk show televisivi domenicali per sostenere che si era trattato di una sommossa di popolo per protesta contro un video amatoriale anti-Maometto. Naturalmente non era vero: l’amministrazione sapeva benissimo fin dai primi contatti avuti, nelle ore successive all’azione con il capo dello staff centrale delle forze armate e con il ministro della Difesa Leon Panetta, che i responsabili erano i terroristi islamici affiliati ad Al Qaeda.

Il giallo politico, quindi, e’ sempre stata la ricostruzione di come fosse nata la bufala della manifestazione di strada inesistente e della colpa attribuita al video su YouTube. Ma le tante audizioni in Congresso avevano finora mantenuto la nebbia sui “registi” della “disinformazia”, con rimpalli e negazioni di responsabilita’ da parte dei servizi e della segreteria di Stato di Hillary Clinton. Il reggente della Cia al tempo, Michael Morell, sotto giuramento ha detto in Congresso che la citazione del video anti Maometto non era venuta dalla Cia. Le agenzie di governo avevano fornito finora volumi di documenti alle Commissioni parlamentari di inchiesta, ma si erano tenute, ben coperte, le email spedite dal vice Consigliere della Sicurezza della casa Bianca Ben Rodhes. Per farle emergere c’e’ voluta un’ingiunzione del tribunale promossa, in base alla Legge sulla Liberta’ di Informazione, da un Gruppo conservatore, il Judicial Watch. La procedura legale per il rilascio della “bomba” ha preso il suo tempo, Obama e’ stato confermato, ma alla Storia viene almeno consegnata adesso la prova della (ennesima) bugia di un presidente che sara’ collocato a meta’ tra Jimmy Carter (per come NON ha risollevato l’economia Usa) e Richard Nixon (per come ha manipolato dietro le quinte e abusato del potere).

Nelle oltre 100 nuove pagine ora a disposizione del pubblico c’e’, tra il resto, una email dal soggetto : “RE: PREP Call with Susan: Saturday at 4:00 pm ET" e inviata ai membri del team della Comunicazione della Casa Bianca, compreso il capo dei portavoce Jim Carney. Susan e’ Susan Rice, che va chiamata (CALL) alle 4 PM, l’ora del pomeriggio precedente la domenica delle sue apparizioni nelle maggiori TV americane per fornire la versione ufficiale dei fatti, e che va PREP (preparata) per bene. Ed ecco i punti su cui Rodhes, d’intesa e per conto del presidente, insiste perche’ siano centrali nel messaggio da vendere al pubblico. “Sottolineare che queste proteste hanno la loro radice in un video su Internet e non in un piu’ largo fallimento di linea politica (di Obama NDR)”. “Rafforzare (reinforce) l’idea della forza (strength) e della fermezza del presidente e dell’amministrazione nel trattare le sfide difficoltose”. Che questo “ordine di servizio” partorito dalla Casa Bianca sia emerso solo 20 mesi dopo i fatti, e solo su ingiunzione del tribunale sulla base di una legge federale, e’ la prova di come Obama e i suoi lo considerassero un segreto da proteggere all’estremo.

A proposito del video, che nessuno a Benghazi aveva visto e di cui nessuno, nemmeno tra gli assassini fondamentalisti, aveva fatto alcun cenno durante l’attacco, Rhodes ha insistito nel citarlo come movente, e per condannarlo: ”Noi (come amministrazione NDR) lo troviamo disgustoso e disprezzabile. Ma non c’e’ assolutamentre alcuna giustificazione per rispondere a questo video con la violenza”, recita un’altra email. Il presidente di Judicial Watch Tom Fitton ha commentato che le email rappresentano una strategia di PR, non lo sforzo di fornire la piu’ corretta informazione al popolo americano su quanto era successo: “Lo scopo della Casa Bianca era rivolto a una cosa sola, principalmente: far apparire in buona luce il presidente dando la colpa al video e non alle politiche di Obama”.

Che cosa cambia, ora, nella ricostruzione della storia di Benghazi per il grande pubblico? Nulla. La grande stampa ha idolatrato questo presidente, lo ha protetto prima delle due votazioni agendo come una azienda di pubbliche relazioni al suo servizio e continuera’ a farlo. La verita’ su Benghazi, come la verita’sulla IRS che discrimina contro i Tea Party, come la verita’ su Fast and Furious, sarebbero tutte colpi duri, oltre che sulla immagine di Barack, anche sulle fortune elettorali del democratico, o della democratica, che cerchera’ di succedergli nel 2016. E, in generale, queste scomode verita’ farebbero male al brand del partito di sinistra anche nelle elezioni di medio termine in novembre, aprendo gli occhi a molti indipendenti.
Temo proprio, sperando di sbagliarmi, che per un esame oggettivo dei fatti e misfatti obamiani bisognera’ aspettare i libri degli storici onesti.

di Glauco Maggi

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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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