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Announo, è superpoliticizzato ma merita rispetto

La nuova creatura di Santoro e Innocenzi ha comunque delle idee (e fa ascolti)

20 Maggio 2014

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Announo, è superpoliticizzato ma merita rispetto

La nuova creatura di Santoro e Innocenzi ha comunque delle idee (e fa ascolti)

Qualche anno fa un Tony Blair senza sorriso venne spellato vivo da 40 giovani inglesi nel talk Is Wat the answer?, alla vigilia dell’intervento in Iraq. Il produttore, Mtv, sulla scia di quel successo, accettò che il falstaffiano Mario Adinolfi (allora solo pokerista e non ancora deputato Pd) proponesse la «politica spiegata ai giovani» .

Quel format, I pugni in tasca, non malaccio, ebbe breve vita; anche perchè i ragazzi italiani, più ideologizzati degl’inglesi, più che al traffico liberale delle idee pensavano ad innaffiare di napalm qualsiasi interlocutore che puzzasse di politica. Sarà per questo che Giulia Innocenzi, nel suo Announo -La7, giovedì prime time- tende a condurre tenendo i suoi 24 giovani, feroci, astanti e il politico di turno in posizione equidistante, defilata, molto defilippica nel senso di Maria e molto poco santoriana (Santoro è tolemaico, tutto gli ruota attorno). Ora, a parte il solito spassoso Travaglio nel monologo sulla «gerontocrazia delle mazzette», e il prologo sul merito di Santoro nel ruolo di padre nobile, e la scenografia di Annozero più poverella, questo nuovo programma ha degli atout. Non tanti, ma ce li ha. Primo. Il coraggio di ripescare un format lasciato dall’oblio (ma Adinolfi era molto più solido, se non più paraculo, dell’Innocenzi), dato che per la tv commerciale l’opinione degli under 30 non vale quella dei big spender. Secondo. La mossa, munifica, di Michele di produrre uno spin off dal suo teatro, cambiandone i protagonisti ma non l’impianto drammaturgico: un atto consueto sul palcoscenico (es. la factory di Eduardo), mai visto in tv.

Terzo. L’interazione. Il pubblico può intervenire durante la diretta con Twitter e scegliere il giovane che «avrà l’ultima parola da dibattere con il politico presente in studio». Di solito è una parola ideologizzata, anonima (i sottopancia vanno e vengono) e scollegata dal buon senso. L’altra sera una signorina bionda soverchiava il pur bizzarro duetto a base di banane tra Kyenge e Salvini ( «Mangio le banane da quando avevo 3 anni, prima che arrivasse la Kyenge. Adoro le banane e mi serve il potassio», «Erano le banane e sbagliate»). Mentre Giulia cercava di incalzare con la foga del secchione e l’ansia di non sembrare una Costamagna qualsiasi. Certo, i temi sono pesantissimi -l’immigrazione-, e senza lo humour di Santoro. Ma,nonostante un lieve rigor mortis, la conduzione regge la scena e s’avverte, perfino, un respiro civico. Fanno l’8% di share senza Renzi. Un’enormità. Non mi piacciono, ma meritano rispetto...

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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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