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Barack il censore

Bavaglio ai media americani:
mai nessuno come Obama

Trentotto organizzazioni di giornalisti da tutto il Paese protestano con la casa Bianca

10 Luglio 2014

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Bavaglio ai media americani:
mai nessuno come Obama

Obama e’ diventato ufficialmente “censore in capo”. Aveva promesso, durante la campagna elettorale del 2008, che la sua amministrazione sarebbe stata la piu’ trasparente della storia americana. Ed e’ finito sotto accusa da parte di quella stessa stampa che gli e’ sempre stata amica, anche smaccatamente, per come “imbavaglia” i rappresentanti delle agenzie federali e per come manovra con puro intento politico il flusso delle notizie che dovrebbero arrivare liberamente al pubblico. Nel mirino non l’ha messo la Fox News, il canale Tv riconosciuto per essere l’unica voce apertamente critica di questa amministrazione, bensi’ l’intero mondo della stampa professionale nazionale.

Ben 38 organizzazioni e associazioni di giornalisti di ogni settore hanno scritto l’8 luglio una lettera alla Casa Bianca denunciando i soprusi, i silenzi, gli ostacoli, il bullismo che contraddistinguono l’attivita’ di relazione tra il governo e i media. A guidare la protesta e’ la storica SPJ, Society of Professional Journalists, una delle piu’ antiche associazioni di categoria, fondata nel 1909 alla DePauw University, che conta 300 filiali nel paese con 9000 iscritti, e ha la missione di difendere il Primo Emendamento, quello che protegge la liberta’ di stampa e di pensiero. E sotto la firma del presidente della SPJ David Cuillier c’e’ un elenco di altri 37 presidenti di gruppi piu’ variegati, dalla societa’ dei redattori ambientalisti a quella dei direttori delle riviste di agricoltura, dal gruppo dei redattori specializzati in economia a quello dei giornalisti arabi e medio-orientali, dalla associazione dei membri dei media asiatici a quella delle giornaliste del Colorado. In America non esiste una singola corporazione federale, tipo il nostro Ordine dei Giornalisti, a tutela del diritto all’informazione. C’e’ la Costituzione, ed ad essa si appellano i firmatari dell’appello a Obama perche’ cambi rotta, e la rispetti.

In quello che la AP ha presentato come “un approccio critico che non ha precedenti” i 38 gruppi hanno “attaccato il team del presidente per la censura della copertura dei media, per le limitazioni all’accesso ai dirigenti delle agenzie governative, e in generale per una soppressione delle notizie guidata da fini politici”.

Le organizzazioni nazionali firmatarie chiedono a Obama di cancellare le attuali politiche che restringono il flusso di informazioni verso il pubblico, ed elencano esempi e casi di violazioni di una corretta pratica di rapporti tra governo e media. L’amministrazione Obama aveva gia’ subito in precedenza accuse di chiusura a riccio, e di scarso rispetto per il lavoro dei media da altri gruppi di giornalisti, a partire dalla stessa Associazione dei Corrispondenti accreditati presso la Casa Bianca. La denuncia della SPJ e delle altre 37 associazioni allarga ora la protesta all’intera amministrazione e fornisce un dettagliato elenco di comportamenti frustranti e lesivi del ruolo dei giornalisti come strumento per l’applicazione concreta del Primo Emendamento a difesa della democrazia.

*Divieto a parlare con specifiche persone dello staff delle agenzie governative.
*Eccessivi ritardi nelle risposte alla richiesta di interviste.
* Eccessivo ricorso alla formula “ti parlo per darti un background” - con il rifiuto di dare ai reporter quelle che dovrebbero essere informazioni pubbliche – per di piu’ alla condizione che i giornalisti accettino di non dire con chi stanno parlando.
*L’ostracismo e l’esclusione ad personam da parte delle agenzie governative verso i reporter che le criticano.
“In molti casi, tutto cio’ viene chiaramente fatto per controllare a quali informazioni possono avere accesso i giornalisti, e l’audience per cui essi lavorano. Un sondaggio ha scoperto”, si legge ancora nella lettera,” che il 40% dei funzionari dei dipartimenti delle relazioni pubbliche hanno bloccato certi giornalisti perche’ non era piaciuto cio’ che avevano scritto”.

Per avere una protesta ecumenica di questa portata, nel testo si sostiene che la situazione non era questa nella storia passata dei media Usa, e che il peggioramento ha preso corpo “negli ultimi due decenni”, ossia facendo capire implicitamente che e’ iniziato quando c’era George Bush. Ma e’ un fatto che la grandissima maggioranza dei giornalisti sono sempre stati democratici, e un altro fatto e’ che nessun gruppo di reporter abbia pensato, ai tempi di Bush, di mettere nero su bianco una condanna cosi’ grave. Evidentemente il texano non aveva mai fatto tanta censura quanto la sta facendo il Grande Retore.

di Glauco Maggi

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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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