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Barack inefficace

Bombe sull'Iraq ma i terroristi avanzano: è la guerra Obama style

10 Agosto 2014

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Bombe sull'Iraq ma i terroristi avanzano: è la guerra Obama style

I due bombardamenti limitati e mirati, decisi da Obama contro una rampa di lancio di mortai e contro un convoglio di 7 veicoli di militanti dell'Isis (il Califfato Islamico di Siria ed Iraq) non hanno fermato la avanzata dei terroristi sunniti verso Erbil, la capitale del Kurdistan in Iraq. Il Wall Street Journal ha riportato infatti che i militanti hanno conquistato anche Sheikhan, una delle città collegate tra loro sul confine dell’area controllata dai kurdi, e questo ore dopo che i generali Usa avevano definito un “successo militare” le due operazioni autorizzate dalla Casa Bianca. I due colpi Usa, sparati da una nave e da un drone, hanno annientato una carovana e qualche razzo, ma con il “contagocce” non si e’ mai vinta nessuna battaglia, e tantomeno un conflitto dichiarato da un nemico serio e spietato nel perseguire i propri obiettivi. 

Purtroppo è questa la “guerra Obama-style”, che innanzitutto non va chiamata “guerra” secondo il rigido gergo politicamente corretto: sono “interventi umanitari” o “operazioni per proteggere i soldati e i consiglieri militari in servizio in Iraq”. Il presidente appare insomma molto più preoccupato della definizione delle sue scelte politico-militari che non della loro efficacia. Nel discorso del sabato mattina ha spiegato le mosse tattiche, ma soprattutto ha preso un (dis)impegno strategico. “Ho autorizzato due operazioni in Iraq”, ha detto a proposito di tattica. “Con la prima, ho ordinato ai nostri militari di attivarsi per proteggere i diplomatici e i consiglieri Usa che sono di servizio nella città di Erbil. Nei giorni scorsi le forze dei terroristi si erano avvicinate alla città. Giovedì notte avevo chiarito che se avessero avanzato ulteriormente, i nostri militari avrebbero risposto con colpi mirati. E’ quello che abbiamo fatto e, se necessario, continueremo a fare. Essendoci americani in servizio in Iraq, compresa l’ambasciata a Bagdad, faremo tutto il necessario per proteggere la nostra gente”. Con la seconda operazione, ha proseguito Barack, “abbiamo cominciato uno sforzo umanitario per aiutare tutti quegli irakeni intrappolati su una montagna. I terroristi che hanno preso il controllo di parte dell’Iraq sono stati particolarmente brutali verso le minoranze religiose, sequestrando famiglie, schiavizzando le donne, e minacciando la sistematica distruzione di una intera comunità religiosa, il che sarebbe un genocidio”. Sarebbe un genocidio? Chissà che paura, ad essere accusati da Obama di genocidio, avranno provati i fanatici fondamentalisti che decapitano innocenti “infedeli” e ne mostrano le teste sui pali; che rapiscono e seviziano ragazze a centinaia; e che come programma politico vogliono imporre la sharia con il terrore ad una intera popolazione di kurdi, di arabi, di sciiti e di cristiani.

I combattenti dell’Isis, piuttosto, avranno gioito per la solenne promessa del “Nobel della Pace”. Che non è il “vinceremo come unica opzione”, ossia ciò che ci si aspetta da un comandante in capo degli Stati Uniti quando ordina di sparare contro nemici brutali. Invece, è il rinunciatario programma militare di Barack che l’Isis sognava di sentire proclamato: “Come comandante in capo”, ha garantito Obama, “non permetterò che gli Stati Uniti vengano trascinati a combattere un’altra guerra in Iraq. Le truppe da combattimento non torneranno a combattere in Iraq, perché non c’è una soluzione militare americana alla più larga crisi che c’è nel paese’”. E allora, come piegare un nemico che vuole fare la guerra? La ricetta di Obama è un auspicio da osservatore, non un’azione politico-militare da unica Grande Potenza: “Noi continueremo a spingere le comunità irakene a riconciliarsi, a mettersi insieme e a combattere contro questi terroristi, affinché il popolo dell’Iraq abbia l’opportunità di un futuro migliore, opportunità per la quale così tanti americani hanno dato la loro vita in una lunga e dura guerra”. Ha anche invocato un cambio di governo, ma aver abbandonato l’Iraq interamente al suo destino nel 2011 per potersi “vantare” prima della rielezione del 2012 di aver finito “la guerra di Bush” non consente oggi al presidente alcuna leva politica per fare pressioni sul premier Al Maliki. Ecco perché oggi si trova nella posizione senza uscita di dover fare qualcosa di “militare”, ma non tanto da essere una “guerra”. Ma quanto durerà l’imbarazzante, riluttante, recalcitrante, infastidito e inefficace coinvolgimento?

di Glauco Maggi
twitter @glaucomaggi

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Commenti all'articolo

  • marco53

    21 Agosto 2014 - 02:02

    Obama sta facendo il solletico alle truppe di terroristi. D'altra parte è un suo lontano parente...e speriamo non estimatore!

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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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