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Stati Uniti locomotiva del mondo

Borsa, industria, consumi:
il miracolo economico americano
Ma Obama ci ha messo sei anni

23 Dicembre 2014

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Borsa, industria, consumi:
il miracolo economico americano
Ma Obama ci ha messo sei anni

E’ il Natale dei record per l’economia americana, con la crescita del PIL ai massimi da 11 anni e Wall Street che sfonda per la prima volta il tetto dei 18mila punti.

Cominciamo da Main Street, l’economia reale. Oggi 23 dicembre il Dipartimento del Commercio ha comunicato che il tasso di aumento del Prodotto Interno Lordo del terzo trimestre, da luglio a settembre, e’ stato del 5%, in crescita dal 4,6% del secondo trimestre. Il governo aveva detto un mese fa, nella lettura provvisoria dei dati, che il tasso era del 3,9%, ma ora lo ha migliorato a un livello che e’ secondo solo al terzo trimestre del 2003, quando fu pari al 6,9%. Gli analisti del solito sondaggio del Wall Street Journal si attendevano una correzione positiva del 4,3%.

Le spese dei consumatori, specialmente nei servizi quali la salute, sono state il traino piu’ inatteso, ma anche gli investimenti fissi “non residenziali” sono andati bene, e cio’ segnala che le aziende hanno accelerato nell’avviare nuove sedi e nelle spese per ricerca e sviluppo.

Gli Stati Uniti sembrano dunque tornati a essere la “locomotiva” del mondo, come si diceva nel secolo scorso? Di sicuro se paragonati alle altre macro-aree ancora al palo, se non peggio, dell’Europa e del Giappone, per non parlare dei Paesi Emergenti (o Pseudo Emersi) come la Russia, la Cina, il Brasile. La Federal Reserve ha annunciato che sara’ estremamente cauta nell’iniziare a rialzare da zero i tassi del dollaro, ma e’ quasi certo che lo fara’ nel corso dell’anno venturo, se il quarto trimestre che sta per chiudersi confermera’ il trend. Peraltro, su base annua, la crescita del PIL Usa del terzo trimestre e’ stata del 2,7%, solo lo 0,1% in piu’ della crescita su base annua del 2,6% registrata nel secondo trimestre.

Tra i commentatori emerge un ottimismo che non si vedeva da tempo. Per Mike Jakeman, analista globale per l’ Economist Intelligence Unit, ha scritto che “la creazione di posti di lavoro sta correndo al tasso piu’ forte da 15 anni. Piu’ gente al lavoro significa piu’ reddito, che significa piu’ spese private, che significa piu’ investimenti degli imprenditori, che significa piu’ assunzioni”.

Se il circolo virtuoso e’ partito per davvero nella seconda meta’ del 2014, comunque, significa che Obama ha impiegato sei anni a far ripartire l’economia Usa, che era gia’ uscita ufficialmente dalla recessione nel giugno del 2009, cinque mesi dopo il suo ingresso alla Casa Bianca. La realta’ e’ dunque che se il brio del PIL attuale e’ a livelli record, e’ anche un record storico per Obama l’aver tenuto il coperchio sulle potenzialita’ di crescita americana per cosi’ tanto tempo.

“Il miracolo della capacita’ di recupero americana”, scrive oggi sul Wall Street Journal Bret Stephens, si basa sulle innovazioni, che sono il prodotto di una societa’ libera di fare profitti, che gode della certezza delle leggi e del diritto di proprieta’, e che e’ di conseguenza sempre tesa alle innovazioni. Come il fracking (la tecnologia di estrazione del gas che ha prodotti veri boom economici in Nord e Sud Dakota, Ohio, Pennsylvania). O le frenetiche novita’ nelle comunicazioni, nei media, in Internet. O i progressi nelle cure mediche. “Questo e’ il segreto americano, che spesso noi americani dimentichiamo perche’ non possiamo immaginare che esista un’altra via. Cio’ spiega perche’ siamo leggermente schoccati di scoprirci ancora una volta davanti nel mondo. Anche, o specialmente, quando i nostri presidenti sono inefficienti e le nostre politiche folli. Siamo piu’ grandi dei nostri leaders. Meglio della nostra politica. Piu’ saggi della nostra cultura dominante. Piu’ intelligenti delle nostre idee”, conclude Stephens.

E passiamo a Wall Street, l’economia “finanziaria”. Non occorre, in questo caso, essere americani per godere del Toro azionario che si e’ messo scalpitare, festeggiando cosi’ i 25 anni compiuti giorni fa dalla statua del “Charging Bull” (Toro alla carica), regalata dall’artista italiano Arturo Di Modica alla citta’ nel dicembre 1989 dopo un disastroso crollo di Borsa. Il business dell’investimento e’ globalizzato, e i profitti sono a portata di mano di chi diversifica con metodo. Non si deve sperare che la “locomotiva” economica americana trascini i vagoni di Roma o Parigi su binari piu’ veloci, e favorisca in Europa posti di lavoro privati veri, e bilanci pubblici meno in rosso. Oggi il Dow Jones, a meta’ seduta, e’ sopra di 50 punti ai 18000, vetta mai raggiunta prima. E’ il frutto dell’entusiasmo per la citata prudenza della FED da una parte, e dell’ottimo dato del PIL dall’altra. Ed e’ anche un numero simbolico. Nel 1999 usci’ il libro di James Glassman “Dow 36mila: la nuova strategia per avvantaggiarsi della salita in arrivo nel mercato azionario”. E’ stato forse il flop piu’ spettacolare della storia dei testi di finanza, scritto quando il Dow era a quoata 11mila: negli anni seguenti, anziche’ volare, si inabisso’ fino ai 6500 punti del marzo del 2009, dieci anni dopo. Adesso il taglio del traguardo di 18mila punti del Dow, grazie alla curiosita’ del numero (la meta’ di 36mila), fa tornare alla mente quella sepolta profezia infelice. E’ un avviso a non fidarsi degli “esperti” che promettono i rialzi. E a ricordarsi che quando di un investimento ti dicono in banca che e’ “a lungo termine” vanno presi davvero sul serio. Magari hanno in mente Matusalemme.

di Glauco Maggi

 

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Commenti all'articolo

  • Karl Oscar

    27 Dicembre 2014 - 20:08

    Hanno esaminato la politica economica europea e hanno fatto l'esatto contrario

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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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