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Sotto accusa

Lo scandalo Hillary si allarga: 125 le mail "classificate" mandate col suo server privato

3 Settembre 2015

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Lo scandalo Hillary si allarga: 125 le mail "classificate" mandate col suo server privato

Ogni giorno ha la sua pena, dice l’adagio, ma per Hillary oggi e’ andata peggio. Ce ne sono state una sfilza, di notizie negative, destinate ad approfondire il solco tra il seguito dei suoi fans (che si restringe sempre piu’) e l’obiettivo della percentuale di consensi che le servono per vincere la nomination e, poi, la Casa Bianca. Tutto ruota attorno alle ormai famose email della Clinton, e al server privato che ha illegalmente messo in piedi e utilizzato quando era Segretaria di Stato: due filoni di indagine intrecciati, scheletri in evoluzione che accompagneranno la sua campagna fino alla fine.

Email che scottano - La Reuters ha riportato che almeno una trentina di emails partite dall’indirizzo “civile”, non protetto, della Clinton contengono “informazioni su governi esteri”: cio’ le rendeva “classificate” per definizione nel momento in cui furono spedite, perche’ il regolamento del Dipartimento cosi’ le considera a prescindere che abbiamo il timbro “top secret” stampato sopra. Sono notizie “nate classificate”, ha spiegato alla Reuters un ex direttore dell’Ufficio per la Supervisione delle Informazioni sulla Sicurezza. L’Fbi sta gia’ da tempo investigando sulla pratica di Hillary di usare canali di comunicazione non ortodossi, quindi esposti agli hackers di stati nemici come la Cina e la Russia.

Il muro eretto dalla candidata DEM ha via via mostrato crepe sempre piu’ vistose, e la strategia di difesa e’ ormai inconsistente: fonti vicine all’inchiesta parlano di non meno di 125 email “classificate”. All’inizio dello scandalo la Clinton aveva negato di aver commesso scorrettezze, ma disse di aver cancellato 30 mila email a suo giudizio personali. Poi promise di far avere al governo le altre 30mila e passa, con contenuti legati alla sua attivita’ pubblica al Dipartimento di Stato, rifiutandosi di consegnare il server privato, i computer e i dischetti con le registrazioni della corrispondenza. Pressata dai critici, dai media, e dalle autorita’, ha fatto marcia indietro e ha ceduto agli inquirenti il server e i dischetti, che erano nella cassaforte del suo avvocato. Ora l’Fbi e gli Ispettori del Ministro della Giustizia e del suo ex Dipartimento di Stato hanno materiale su cui lavorare per decidere se sono stati commessi reati. Inoltre, per disposizione dei tribunali, il ministero degli esteri deve rilasciare tutte le email (finora ne sono state date al pubblico 8mila). La sola vera speranza che rimane ad Hillary e’ di essere protetta da Obama, che non vuole danneggiare il proprio partito, anche se vedrebbe volentieri la sua ex ministra fuori gioco.

Il Washington Post, ieri, ha riportato che la Clinton ha scritto e spedito almeno sei lettere con informazioni classificate, smentendo ulteriormente la sua linea difensiva. E Fox News, da parte sua, e’ andata oltre: i legali del Dipartimento di Stato, all’inizio delle indagini, avrebbero fatto di tutto per nascondere che le email avessero contenuto “riservato”, dichiarandole “deliberative” e per questa via sottraendole a un esame da parte delle Commissioni congressuali di indagine. A riprova della manovra di copertura pro Clinton, Fox News ha rivelato che la legale del ministero incaricata di visionare le lettere per deciderne la natura riservata, Catherine Duval, e’ una ex avvocatessa dello stesso studio di David Kendall, l’attuale avvocato della Clinton in questa vertenza. Il Dipartimento nega che ci sia stato un conflitto di interesse, ma chi ci crede? Il dettaglio aggiunge invece ulteriore discredito a tutta la linea difensiva, come dimostrano i sondaggi impietosi sulla reputazione di Hillary, che nei sondaggi e’ ormai bollata da bugiarda e inaffidabile da una maggioranza di americani.

L’uomo del server - L’altra pena, in aggiunta agli sviluppi sulle email classificate/manipolate, e’ relativa al server stesso. Bryan Pagliano, che aveva lavorato come responsabile digitale per Hillary nella sua campagna del 2008, e’ lo stesso tecnico che poi ha installato nella villa dei Clinton di Chappaqua (NY), e poi gestito, il server dello scandalo. Oggi il suo avvocato ha fatto sapere che il suo assistito invochera’ il Quinto Emendamento quando dovra’ deporre davanti a tre Commissioni del Congresso – la Commissione Scelta della Camera su Benghazi, la Commissione Giustizia del Senato e la Commissione della Sicurezza Nazionale del Senato - che lo hanno convocato per rispondere sotto giuramento alle loro domande. Il Quinto Emendamento garantisce il diritto costituzionale a non rispondere per non essere incriminati di eventuali reati. E’ l’ultima spiaggia di chi sa che, avendo commesso qualche scorrettezza e dovendo parlare con l’obbligo di dire la verita’, puo’ rovinare la reputazione dei suoi capi facendoli finire il galera, oltre a rischiare conseguenze legali personali. Ovviamente, il ricorso al silenzio e’ una implicita ammissione di colpa. Cosi’ pensera’ il pubblico quando Pagliano fara’ scena muta, per ore in diretta Tv, mentre i deputati e i senatori repubblicani lo metteranno sulla graticola perche’ spieghi il come e il perche’ la sua capa gli ha chiesto di impiantare un sistema digitale privato in spregio alle norme. Un silenzio imbarazzante che sara’ l’ennesima assordante spallata alla reputazione della ex Segretaria di Stato.

di Glauco Maggi

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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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