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L'ironia della Dandini, una questione di soldi

Chiude Parla con me

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Chiariamo subito: Serena Dandini è una zarina dall'ironia invincibile, oseremmo un po' più di Paola Perego, un po' meno di Oprah Winfrey. Sul divano del suo “Parla con me” si invitano gli amici e si drenano i consensi;  si plasmano maschere sociali (Elio e le Storie Tese sono esilaranti, il Max Paiella/Minzolini è un cult) e si psicanalizza quel che rimane del centrosinistra. Perfino le marchette appaiono un gioioso gioco di rimandi letterari, alla Moravia quando faceva il critico cinematografico per l'Espresso. Spesso chi scrive è quasi affascinato dalla diabolica partigianeria di “Vieni via con me”, un buon talk che -aihmè- non brilla per l'audience che meriterebbe. Ciò detto il fatto che il cda Rai abbia bocciato il contratto dandiniano e, di conseguenza, la sinistra tutta  e tutti i 14 (quattordici!) autori e l'ironica Serena insorgano gridando all' “epurazione berlusconiana”, be' ci lascia interdetti. Analizziamo, senza pregiudizi politici, i fatti. Il consiglio di amministrazione Rai ha respinto la proposta di contratto con la casa di produzione Fandango, che prevedeva uno sconto del 5% rispetto all'accordo precedente benedetto -con fatica- dal direttore generale Lorenza Lei. Dichiarano algidamente le agenzie stampa: “...Contro si sarebbero schierati i cinque consiglieri dell'area di maggioranza, a favore i tre dell'opposizione, più il presidente Paolo Garimberti. Il direttore generale Lorenza Lei ha deciso di mettere al voto la bozza di accordo, pur ribadendo il suo orientamento favorevole alla scelta di produrre internamente la trasmissione. Il programma era stato inserito nei palinsesti autunnali e sarebbe dovuto partire dal 27 settembre”. Sarebbe dovuto. Un periodo ipotetico grande come i dubbi di Bersani. Dandini commenta: «Non mi sembra che ci sia la volontà di fare il programma, lo dicessero e buonanotte»; il consigliere veltroniano Van Straten -che ha votato pro Dandini ed è assai vicino ad Andrea Salerno storico sodale Rai dandiniano e ora a Fandango - insinua addirittura: «Qui la policy aziendale non c'entra affatto. La realtà è che non si vuole far fare Parla con me...». La realtà è  molto più prosaica. A differenza di quanto avvenuto con Santoro e Paolo Ruffini -professionisti di peso e, soprattutto, di numeri- l'epurazione di Serena Dandini è uno strepitoso caso di harakiri del conduttore. É vero, la Dandini sta un po' sulle palle a qualche governativo privo d'ironia, e Berlusconi non la capisce proprio; ma il peso politico del programma è, tecnicamente, una loffia nell'etere. La media d'ascolto è del 9% in discesa (la curva oscilla verso il basso quan'è palesemente di parte), vanta una struttura elefantiaca che produce costi per 8 milioni per un ritorno di appena 2,5. Non è, insomma, Fazio o Saviano, o Report. Politicamente “Parla con me” non produce consensi plebiscitari, se non tra gli spettatori radical chic, o tra gli estimatori di una destra anomala e non governativa (compreso chi scrive). Il costo per puntata è stimato intorno ai 72mila euro, di cui 34.500 a carico Fandango, circa il 30%. Ufficialmente Lorenza Lei ha chiesto che, almeno per le produzioni a marchio Rai per il 100% (come Parla con me). la nuova policy aziendale fosse -vivaddio- la produzione interna. Anzi, la signora direttora alla Dandini è venuta perfino incontro. Solo che Fandango -che ha vincolato Serena, giustamente, dal suo punto di vista- non ci sta. A quel punto due erano le soluzioni per Dandini. O produrre con la Rai il suo divertente programma  abbassando le pretese di cachet e riorganizzando i suoi costi interni (14 autori!) per compensare Fandango, e andando in onda lo stesso spiazzando tutti; o andarsene gridando all'epurazione come fece a suo tempo la Bignardi (disastro di share), favorendo così i fanatici di destra che la volevano televisivamente morta. Il problema ora è che, dovesse spostarsi nell'affollata La7, Serena e Fandango dovranno abbassare le pretese, perchè lì  Stella “Il Canaro”,  ha preso l'abitudine di pagare proporzionalmente allo share. (Ma  non ci sia, ora, qualche cretino a destra che parli di “vittoria”).  

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