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Complimenti per la trasmissione

Cultura moderna, un temibile riciclo

La bruttezza del nuovo programma di Canale 5

5 Dicembre 2016

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Mammuccari, Forgia, Kaneba

Acculturati...

Evidentemente, a Teo Mammucari sono sfuggiti i dati d’ascolto. «Stiamo andando alla grande!..», urla il conduttore in una puntata del suo Cultura moderna (Italiauno, da lunedì a venerdì, ore 20.20). Oddio, alla grande. La share del 3%, di grande, ha solo il vibratile sentore della catastrofe.

Eppure lo dice, Teo, «alla grande!», presentando i concorrenti d’arte avariata: un rumorista specializzato  nell’imitazione del gregge di pecore; un signore molto brutto travestito da Raffaella Carrà; un tipo che imita i Blues Brothers; una triste signora di Grosseto che inizia la sua barzelletta con «c’era un omino un pochino strullino che va dal tabacchino...». Mammmucari non trova le parole.

E, quando le trova, sono quelle sbagliate (e non dico Corrado, qui sarebbe bastato un Gerry Scotti). Lo studio sprizza di musichette  stile Drive In e luci colorate un po’ ipnotiche, forse per ingenerare nel telespettatore sonnolenza anestetica, come quando ti operi d’appendicite e il dottore parla e tu ti addormenti dimenticando il dolore. Ma, nel dormiveglia ti accorgi  di tutto.

Di Teo che introduce un game show il cui obiettivo è indovinare l'identità di un  vip misterioso attraverso indizi elementari (nel senso di scuole elementari). Di Teo che si arrampica sulle battute ma scivola. Di Laura Forgia -la valletta «marzullina»- che sculetta avvinghiata ad una finta libreria in cartone. Del  comico(?) Kaneba che scheccheggia ed echeggia il gay Mastelloni in un vecchio film di Pozzetto. Sono quei momenti indelicati in cui uno, al posto del telecomando, vorrebbe avere in mano un kalashnikov. Cultura moderna, ovvero Antonio Ricci che ricicla se stesso di 10 anni prima (e già allora non era  una temperie d’intelligenze) sembra il refluo vischioso d’un palinsesto anni 80. Solo che non siamo negli anni 80. Il mondo cambia, la comicità si evolve, emerge un minimo di coscienza critica.

Qualche spettatore continua perfino a preferire Striscia la notizia, che mantiene sempre una sua dignità. E, tra l’altro, sempre lo stesso padre, lo stesso Ricci che qui ostenta con orgoglio il suo lato masochistico. Qualcuno, però, ora dovrebbe prenderlo sottobraccio con affetto e sussurrarglielo: «Antò, ci siamo cascati, ci hai fatto lo scherzetto. Ma ora basta con le puttanate. Torna il diavolo che sei e guadagnati la pagnotta...»

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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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