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Complimenti per la trasmissione

"Volevo fare la rockstar", spunta Dickens tra i millennials

La nuova fiction giovane di Raidue

4 Novembre 2019

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Volevo fare la rockstar

Tra blog e sorrisi

Forse ha ragione Carlo Freccero direttore di Raidue, sempre più preso dal lato rosso gramsciano del suo furore intellettuale: “Volevo fare la rockstar è l’unica fiction della Rai degli ultimi anni a venire dal popolo”.
E, in un certo senso, è vero. Premetto che sono amico del produttore della serie, Agostino Saccà;ma ciò, onestamente, non mi impedisce di tagliare una critica abbastanza obiettiva. La storia di Olivia, ventisettene, single ex rockettara che imbraccia la chitarra come un kalashnikov e che, da single, si fa carico delle due figliolette gemelle nonostante le ristrettezze economiche, è struggente e ironica quanto un racconto di Dickens che s’ingoiato un cd dei Kiss. Ambientato nella piccola e maestosa provincia furlana, la fiction possiede tutti i requisiti per attingere ad un popolo millennial: l’arruffata storia con un burbero imprenditore (Giuseppe Battiston, una spanna su tutti) con figlia adolescente a carico; le figure femminili forti di un’imprenditrice simpatica come Crudelia Demon e di una nonna ex  hippy e sessualmente disinibita che vede l’aura delle presone ma si perde la nipotina sonnambula nei boschi; e  i comprimari tratteggiati con astuzia. Parlo, in questo caso, del barista saggio; e del fratello bel ragazzo a cui non interessano le donne (sarà mica gay nell’usuale tributo al politically correct? Mah); e del prete anticonvenzionale; e della veterinaria amica del cuore che veste griffato ma che un tempo faceva parte della band. Infine spiccano il fidanzato stronzo che molla Olivia e la madre, e il bravo carabiniere figlio del sindaco. C’è anche un lupo, vero, che vagola qua e là per i sentieri della storia. Che è molto appealing, anche se è in attesa, come si dice in gergo, dello “sviluppo dei caratteri”. Tutto ok, dunque? Ma allora perché Volevo fare la rockstar ha fatto solo il 6,7% ?(secondo me la share salirà)  In parte per la concorrenza. In parte perché la sua scrittura, probabilmente è poco adatta al pubblico di Raidue, nella collocazione storica di Rocco Schiavone. E’ roba più da Netflix, velocissima, giovanile, colorata. La sorpresa vera è la contemporaneità (di tutte le puntate) su Rai Play, una modalità che consente un effetto binge watching per tutti gli spettatori giovani di “fruizione liquida”, cioè che ignorano la tv generalista e si buttano direttamente sul pc. E non è detto che questa sia la strada sbagliata. Anzi...


 
 
 
 
 

 

 

 
 
 
 
 

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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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