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Record al contrario di Hillary e DonaldPiù passa il tempo, meno piacciono

Glauco Maggi
Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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Sembra che i nominati dei due partiti non siano soddisfatti del record finora raggiunto, essere entrambi oggetto della disistima della maggioranza dei probabili votanti. Mese dopo mese “migliorano” la loro performance, nel senso che sono visti male da una percentuale crescente di americani. Secondo il sondaggio ABC/Washington Post di oggi, Hillary era giudicata sfavorevolmente dal 52% in marzo, dal 53% in maggio e dal 55% in giugno. Trump era al 67% in marzo, e dopo una breve correzione positiva in maggio (60%) e' adesso balzato al 70%. All'opposto, coloro ai quali i due candidati piacciono sono ovviamente lontani dal 51% che serve, teoricamente, per essere eletti. La Clinton si allontana, e dal 46% di “fans” in marzo e' slittata al 44% di maggio e al 43% attuale. Ma Trump e' in una situazione ben peggiore: piace solo al 29% adesso, in forte calo dal 37% di maggio: e' insomma tornato al 30% di “favorevoli” in marzo, ma allora era anche osteggiato apertamente dal movimento dei NeverTrump all'interno del GOP e doveva ancora conquistare la nomination. L'America dei militanti GOP e DEM, che per ribellarsi contro il vecchio status quo di Washington ha portato alla vittoria Trump e alla “quasi” sconfitta della Clinton sull'onda del movimento giovanile e filo-socialista di Bernie Sanders, sta mettendo la generalita' dei cittadini di fronte alla scelta del “meno peggio”. In politica, non e' rarissimo che si decida “per esclusione”, o “contro qualcuno”, e in novembre 2016 e' sempre piu' chiaro che i famosi “nasi turati” si sprecheranno. Un qualche correttivo alla prospettiva “negativa” potrebbe forse venire, per Trump, dalla nomina del vice. Donald ha soprattutto bisogno di una sorta di “garante”, se vuole recuperare il favore dei tanti repubblicani scettici, e degli indipendenti che lo criticano per le sparate sui messicani che stuprano, sui musulmani da non far entrare in quanto musulmani, sul giudice ispanico prevenuto contro di lui: gli servira' una personalita' di esperienza di Palazzo e di capacita' amministrative, ma anche di credibilita' politica riconosciuta, possibilmente donna, preferibilmente ispanica. Lui, nel ticket, continuera' a portare la spontaneita' e la non ortodossia verso i “punti fermi” dei valori conservatori, che gli stanno aprendo sentieri in territorio avversario. Della sua avversione ai patti di commercio internazionali cosi' come sono concepiti finora (in senso anti-americano, lui sostiene) si sa che gli ha procurato ampia popolarita' tra la classe operaia bianca tradizionalmente sindacalizzata sotto egemonia democratica. Ma adesso la strage di Orlando l'ha spinto a due altre marcate diversioni dal rigido programma conservatore. Ha espresso una solidarieta' senza riserve verso la comunita' LGTB (lesbiche, gay, transessuali, bisessuali), rivendicando anzi di aver aperto, per primo in Florida decenni fa, il suo club golfistico Mar –A – Lago agli omosessuali. E' vero, ma il ribadirlo ora con trasporto puo' provocare frizioni con le organizzazioni evangeliche militanti che sono contrarie alle aperture legislative a favore degli omosessuali. Sul terreno egualmente spinoso delle armi, pur dopo aver ottenuto il sostegno della NRA, la associazione di lobbisti che e' contro ogni ulteriore controllo, Trump e' uscito allo scoperto chiedendo una norma “che vieti alle persone che sono sulla lista dei sospetti di terrorismo, o su quella delle persone a cui non e' permesso di volare, di comprare pistole o fucili”. E' una delle richieste di limitazione delle armi che i legislatori democratici, e lo stesso Obama, avanzano da tempo. Trump, insomma, continua a mostrarsi capace di sparigliare la scena politica. Quando dice di voler essere il presidente di tutti gli americani, non offre la retorica fasulla di Obama che nascose il suo liberalismo estremo fingendosi il “super partes” che non era, come si e' visto. Donald parte dai problemi, e abbraccia le soluzioni che stima migliori, infischiandosene dell'etichetta partitica che portano. Finora, vista l'accoglienza dei sondaggi, non pare una strategia pagante. Ma lui e' cosi', e sara' “prendere o lasciare” per gli americani che mai voterebbero Hillary. di Glauco Maggi

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