L'analisi

Wall Street, cosa è successo davvero il giorno in cui è crollata la Borsa americana

Glauco Maggi

Era impossibile, Trump essendo Trump, che non si vantasse della crescita della Borsa USA dal giorno della sua elezione. Peraltro, non diceva bugie ma numeri, ed erano quelli riportati dai giornali: il Dow Jones, dai 18.332 punti dell’8 novembre e’ salito sempre piu’ in su’, tagliando record su record, fino a 26.616 del 26 gennaio, l’ultimo massimo storico raggiunto prima del dietro-front. Adesso, pero’, Donald paga il prezzo di non aver messo un’avvertenza che e’ sempre d’obbligo parlando di Wall Street: i Tori sono sempre seguiti dagli Orsi, e l’unica incertezza e’ il quando. Intendiamoci. Trump dice il vero quando rivendica il fiorente successo dell’economia americana nell’ultimo anno: la performance e’ dovuta al cambio di politiche che lui ha impresso, dalla vistosa riforma legislativa del taglio delle tasse alla silenziosa rivoluzione delle deregolamentazioni, oltre 20 eliminate ogni una nuova introdotta. Ed e’ innegabile che, essendo la Borsa e l’economia il dominio delle aspettative, sia il mondo delle imprese, sia gli operatori finanziari, sia gli investitori, sia le famiglie consumatrici hanno puntato massicciamente sul fatto che ci fosse un businessman alla Casa Bianca, immaginandosi il futuro. E che mantenesse le sue promesse, come ha fatto finora, anche considerando che il Congresso e’ controllato dal suo stesso partito in entrambi i rami. E allora? Come e’ potuto capitare che l’indice delle 30 blue chips abbia perso 1175 punti, un tonfo mai visto in un giorno solo, lunedi’ 5 febbraio 2018? E’ vero che, in percentuale, il -4,6% e’ solo al 90esimo posto delle “giornate nere di Wall Street”, lontanissimo dal -22,6% del 19 ottobre 1987, e la meta’ del – 8% del 26 ottobre del 2008 e del 7,9% del 15 ottobre del 2008, durante l’ultima grande recessione in ordine di tempo. Oggi, il paradosso e’ che non c’e’ alcuna recessione in vista, e che, al contrario, la “correzione” in corso sui mercati azionari e’ il frutto del “ritorno al rischio normale”, come ha titolato il Wall Street Journal (martedi' 6, per la cronaca, il Dow ha chiuso con il +2,3%). L’ottima salute attuale dell’economia, in altre parole, sta convincendo la Federal Reserve a chiudere la lunghissima fase dei tassi zero. La previsione e’ che nel corso dell’anno ci saranno due o anche tre rialzi del costo del dollaro per non far andare l’economia in surriscaldamento, e l’inflazione troppo in alto. L’economia non e’ mai stata in condizioni migliori “dal 2005 e forse dal 1999”, scrive il WSJ. L’indice ISM dei servizi (non manifatturieri) di gennaio e’ balzato a 59.9 : sopra 50 significa espansione e quindi il settore dei servizi e’ al boom. L’indice dei nuovi ordinativi e’ schizzato a 62,7 dal 54 di dicembre e l’indice dell’occupazione e’ arrivato a 61.6 da 56.3. Il PIL reale, depurato da fattori distorsivi, sta crescendo al 3% su base annua dal maggio scorso, un livello che, su base annua, non fu mai ottenuto da Obama nei suoi 8 anni. Quando gli effetti del taglio delle tasse entreranno nella vita economica del paese la crescita aumentera’ ancora, e un primo segnale viene dal “calcolatore del PIL” della FED di Atlanta, che dal suo osservatorio “vede” una crescita del primo trimestre 2018 al 5%. Che cosa, allora, induce gli investitori a vendere le azioni? E che senso ha temere che la festa stia finendo a Wall Street, mentre la fiducia dei consumatori e degli imprenditori e’ ai livelli piu’ alti da molti anni a questa parte? E mentre gli stipendi finalmente riprendono a crescere uscendo dalla lunghissima stagnazione dell’ultimo decennio? Gli analisti che studiano i comportamenti degli operatori rispondono che i prezzi delle azioni hanno mandato in queste sedute un messaggio chiaro, che non ha nulla a che vedere con il trend di Main Street (l’economia reale), ma e’ tutto legato alle dinamiche tipiche dei mercati finanziari. Cioe’ dall’interdipendenza tra obbligazioni e azioni, tra categorie di asset (beni) diverse in termini di rischio. Il fatto che la FED di Bernanke prima e di Janet Yellen poi abbia tenuto i tassi a zero, e alla fine si sia imbarcata in lunghi programmi di acquisto di bond di lungo termine (quantitative easing) per tenere alte le quotazioni, e conseguentemente bassi i rendimenti delle obbligazioni, secondo il WSJ, “ha soppresso i segnali di mercato che vengono dalle quotazioni dei bond”. Lo scopo della FED ? Spingere gli investitori verso classi di asset a maggior rendimento, e quindi di maggior rischio: dalle azioni ai bond spazzatura, dagli immobili ai mercati emergenti. Ora Donald avra’ imparato la lezione di economia & Borsa? Nel primo discorso pubblico dopo il crollo fatto davanti agli operai dell’Ohio ha parlato solo di posti di lavoro, di stipendi, di sviluppo imprenditoriale. Ma saranno gli avversari, se la Borsa insiste nel rosso, a dargli adesso la colpa della caduta dei prezzi, visto che lui prima si era vantato dei progressi. Non e’ bello che i Democratici e gli anti Trump sperino che Wall Street vada a rotoli, visto che le azioni le hanno anche loro insieme al 50% circa degli americani, ma la polarizzazione e’ quella che e’, e a volte richiede anche sacrifici personali. Ne’ si puo’ pretendere che, per giustificarsi, Trump si inerpichi nella spiegazione tecnico-finanziaria, che pure e’ quella reale, offerta dal WSJ. Il presidente stara’ quieto sulla Borsa finche’ passa la tempesta, e deve sperare che il “cuscino” di crescita del Dow che porta ancora oggi la sua firma, oltre 6mila punti dall’8 novembre 2016, sia sufficiente ad assorbire il rientro nella normalita’. Quella di mercati naturalmente volatili perche' non piu’ drogati dal quantitative easing della Banca Centrale, e che torneranno a crescere nel medio-lungo termine senza la febbre degli ultimi mesi. Glauco Maggi