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Il caso della ex stagista

Omarosa, l'ultima accusatrice di Trump, è una frustrata arrivista. Ma quanti errori nello staff di Donald

16 Agosto 2018

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Omarosa, l'ultima accusatrice di Trump, è una frustrata arrivista. Ma quanti errori nello staff di Donald

L’ultimo acquisto dei Never Trump e’ Omarosa, l’afro-americana ex concorrente del programma televisivo trumpiano “The Apprentice” (fu licenziata in una puntata del 2013), che anni dopo supplico’ lo stesso Trump di assumerla nella sua campagna per la presidenza. “Aveva le lacrime negli occhi”, ricorda ora Trump. “Benvenuta nella Resistenza”, ha titolato il New York Times l’articolo in cui e’ commentata l’uscita del libro di Omarosa, scritto dalla ex apprendista di Trump per vendicarsi di essere stata licenziata dal generale Kelly, capo dello staff del presidente.

Omarosa aveva portato un registratore nella Situation Room, che e’ il massimo dei crimini contro la sicurezza di stato che si puo’ commettere alla Casa Bianca, e lo ha anche usato per registrare conversazioni con lo stesso Trump e con Kelly. Oggi la transfuga fa la gioia delle Tv e dei giornali liberal perche’ sta rendendo noti questi colloqui rubati, sperando di alzare la sua celebrita’ effimera e di vendere piu’ copie del suo libro.

I dettagli della vicenda “Omarosa” e delle sue memorie da arrivista frustrata espongono un caso umano penoso. Da giovane aveva fatto la stagista nella Casa Bianca di Bill Clinton (senza fargli perdere la testa, e tutto il resto, come invece riusci’ a Monica Lewinski) e, prima di bussare al vecchio “amico” televisivo Donald che le aveva dato notorieta’, aveva cercato di avere un incarico nella campagna di Hillary Clinton. “Ha preso parte a un comitato politico pro Hillary – un ‘Super Pac’ – ed era arrabbiata di non aver avuto un posto nella campagna”, scrive il New York Times riportando il racconto della stessa Omarosa sulla sua decisione di tradire la sua storia di democratica militante per saltare sul carro del GOP nel 2016.

Pero’ Omarosa e’ anche, ahilui, l’ennesimo episodio in cui Trump ha clamorosamente sbagliato nell’assunzione di personaggi che erano ‘tossici’ a prima vista, e che mai avrebbero dovuto superare il primo colloquio di ammissione nella cerchia dei suoi collaboratori. I maggiori fallimenti nel management sono stati Paul Manafort, l’ex capo della campagna durato 3 mesi nella primavera del 2016, e Mike Flynn, nominato consigliere per la Sicurezza Nazionale durante la transizione dopo la vittoria, e durato solo 10 giorni. I due ‘bidoni’ gli hanno procurato guai che durano ancora oggi per le implicazioni nello scandalo del Russiagate, ma non hanno insegnato a Trump a evitare le mine vaganti nel suo entourage.

Evidentemente, vincere nell’agone della grande politica del Palazzo di Washington (Trump ha creato il boom del PIL al 4,1% e il record di disoccupati al 3,9% in meno di due anni) e' altrettanto semplice, per lui, che farsi largo nel duro business dei palazzinari di New York. Anche commettendo ridicoli autogol da pivello, come quello di aver dato spazio, fiducia, e uno stipendio da 15mila dollari al mese, a una tizia senza arte ne’ futuro come Omarosa.

di Glauco Maggi

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Commenti all'articolo

  • eleonora4198@virgilio.it

    eleonora4198

    17 Agosto 2018 - 12:12

    fidati delle donne , se poi sono nere scappa . mai visto le vigliacche ? in italia le abbiamo , sono bianche e dell'altra parrocchia . lo schifo per adesso è nero maschio , si fa per dire

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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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