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L'occasione persa

Michael Bloomberg, l'eterno aspirante candidato alla Casa Bianca

7 Marzo 2019

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Michael Bloomberg, l'eterno aspirante candidato alla Casa Bianca

Michael Bloomberg si e’ arreso. Anche stavolta ha flirtato con l’idea di correre per la Casa Bianca per qualche mese, e poi ha desistito. Ma mentre nelle elezioni precedenti – e’ dal 2008 che rimugina - aveva pensato di presentarsi da indipendente, concludendo dopo aver condotto sondaggi riservati che sarebbe stata un’impresa impossibile, per il 2020 aveva scelto un’altra strategia: iscriversi al partito Democratico, che peraltro era stata casa sua prima di passare al GOP per fare il sindaco di New York, e fare le primarie per ottenere la nomination. L’illusione e’ durata poco. “Ho ben chiara la difficolta’ di vincere la nomination Democratica in un campo di candidati cosi’ affollato”, ha detto ieri annunciando la sua rinuncia, praticamente sulla scia di Hillary Clinton, un altro grande nome che si e’ chiamato fuori dalla corsa.

Bloomberg, 77 anni, per andarsene dal sogno della Casa Bianca ha usato un tono supponente e arrogante, e insincero. D’altronde, se Forbes ti attribuisce una ricchezza pari a 55 miliardi di dollari, non sei proprio portato a fare il modesto. Cosi’ ha fatto il trombone. “ So bene che cosa ci vuole per condurre una campagna vincente, e ogni giorno che leggo le notizie mi sento sempre piu’ frustrato dalla incompetenza nella Stanza Ovale. Io so che possiamo fare meglio come paese. E credo che batterei Donald Trump in un’elezione generale”. Boom.

Il problema e’ che c’e’ troppa concorrenza, ha spiegato. Come se nella sua brillante vita da imprenditore della finanza non avesse avuto successo sbaragliando la competizione: a Wall Street, non in un oratorio. E come se, in una citta’ dove i registrati Democratici erano sette volte tanto i registrati Repubblicani, il prode Mike non avesse sfidato l’intero establishment newyorkese della politica per diventare sindaco.

No, la scusa addotta per non fare la figuraccia del perdente e’ risibile. Non ha avuto l’onesta’ di ammettere che non e’ il numero degli sfidanti che si sarebbe trovato davanti nei dibattiti a farlo rinunciare, ma il pericolo di umilianti verdetti alle primarie per mano di personaggi non alla sua altezza. Bloomberg ha visto che all’interno del partito Democratico-Socialista di oggi le idee che vanno per la maggiore, quelle che scaldano i cuori dei militanti che porteranno alla nomination, sono la negazione della sua storia personale di creatore di innovazione, di ricchezza (non solo la sua) e di posti di lavoro. Le voci che si faranno piu’ sentire ruoteranno attorno alle farneticazioni rivoluzionarie della ex barista dei Queens, Alexandria Ocasio-Cortez, troppo giovane per correre da presidente (non la fermerebbe nessuno) ma non per dettare la linea a tutto il lotto delle senatrici e senatori scesi in pista (escludendo forse il vecchio socialista Doc Bernie Sanders che queste cose le predicava da sempre nel deserto del Vermont) : Green New Deal; sanita’ gratis per tutti con l’abolizione delle polizze private; scuola gratis e debiti studenteschi cancellati. In una parola, la filosofia della distribuzione di cio’ che creano i capitalisti.

Ecco perche’ ci sarebbe stato bisogno di sentire una voce di ragionevolezza, e questo e’ il ruolo che avrebbe giocato Bloomberg. Avrebbe perso? Molto probabilmente si’, ma avrebbe almeno offerto al partito Democratico una certa “diversity” di idee razionali, per un futuro meno insano. Invece Bloomberg nel suo addio alla corsa tra i DEM non ha avuto il coraggio della critica di contenuto, ed anzi ha aggiunto che spendera’ comunque un bel po’ di milioni per finanziare una campagna ambientalista. Si chiamera’ “al di la’ del carbone” e puntera’ alla sostituzione della energia prodotta con i fossili con energia verde. Un Green New Deal per adulti.

Bloomberg aveva anche aspramente criticato Howard Schultz, l’ex Ceo di Starbucks e suo collega miliardario, quando disse che era intenzionato a organizzare una campagna presidenziale come indipendente. Un terzo partito guidato da un Never Trump, era la tesi di Bloomberg e del coro dei DEM che si sono subito scagliati tutti contro Schultz minacciando persino il boicottaggio dei negozi della catena Starbucks, avrebbe fatto rieleggere l’attuale presidente. In realta’, se continua la deriva a sinistra dei DEM che ormai abbracciano il socialismo (sono il 57% nell’ultimo sondaggio), Trump non avra’ bisogno di un candidato di disturbo come Schultz per vincere. Anzi, essendo quest’ultimo su posizioni genuinamente capitaliste e antisocialiste, non e’ da escludere che potrebbe “rubare” voti anche nel campo potenziale di Donald Trump.

Glauco Maggi

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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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