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Il successo del presidente

Donald Trump da record: buste paga e occupazione. Cifre mai viste prima

9 Marzo 2019

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Donald Trump da record: buste paga e occupazione. Cifre mai viste prima

C’e’ una prova evidente del fatto che Trump, e il Congresso controllato dal GOP, hanno governato con grande successo dal gennaio 2017 l’economia USA, arrivata a febbraio 2019 ad avere un tasso di disoccupazione del 3,8% e una Borsa azionaria in perfetta forma. E la prova e’ che, per la campagna presidenziale del 2020, i pretendenti Democratici che sono scesi in campo finora hanno messo in testa alla loro agenda il global warming (chiamato cambio di clima nei periodi in cui fa un freddo bestiale). Hanno invece dimenticato la produzione di posti di lavoro e l’obiettivo di far salire i profitti delle imprese e il PIL.

Ma, piu’ importante di tutto il resto, hanno scordato  gli stipendi dei lavoratori: rispetto a un anno fa le buste paga sono infatti aumentate del 3,4%, l’incremento piu’ elevato nell’ultimo decennio. Tra i lavoratori che hanno beneficiato di piu’, secondo il rapporto del Ministero del Lavoro di venerdi’, ci sono le catene al dettaglio (+5% di aumento di stipendio orario) e l’ospitalita’ (alberghi e divertimenti, con + 4,1%), comparti in cui la grande maggioranza dei dipendenti e’ di classe media o bassa. Non a caso, gli afro-americani, gli ispanici, gli asiatici, le donne, i giovani e gli ex carcerati sono le categorie che hanno raggiunto record statistici storici di bassa disoccupazione. Eppure era stata questa la lezione di Bill Clinton e dello slogan che lo fece vincere nel 1992 contro Bush il Vecchio (“e’ l’economia, stupido”). E anche Obama vinse a fine 2008 per la gravissima recessione e la crisi dei mutui e della Borsa scoppiata nell'ultimo anno di George W. Bush.  

Per i DEM sara’ insomma impossibile, a meno di sorprese negative che non sono all'orizzonte, puntare sulle reali condizioni di vita della gente, la carta elettorale piu’ sicura e gettonata per uno sfidante se il paese ha problemi vitali, di base. Il partito di Bernie Sanders e Nancy Pelosi aveva in realta' una parola d’ordine – i 15 dollari di paga oraria minima - che suonava vincente e mobilitante negli 8 anni di Obama, durante i quali le paghe erano rimaste stagnanti per la crescita moscia dell’economia. Purtroppo, e' un obiettivo defunto. Dopo che i tagli delle tasse di Trump di fine 2017 e le deregolamentazioni hanno rivitalizzato l’America del businnes, Walt Disney, Amazon, Walmart e centinaia di altre grandi e piccole aziende hanno distribuito migliaia di dollari in bonus e deciso di muovere gli stipendi minimi progressivamente verso il traguardo dei 15 dollari. Senza la pressione della politica, o degli scioperi, ma grazie alla competizione tra i datori che devono assumere o che si devono tenere stretti i dipendenti che hanno. Ieri l’altro, ultimo caso, la catena alimentare al dettaglio Cotsco ha portato la paga oraria minima proprio a 15 dollari, ed e’ il  secondo incremento nell’ultimo anno.

Parlare d’altro e’ diventato ora ovviamente un obbligo per i politici dell’opposizione Democratica. Ecco perche’ hanno elevato il tema del clima a questione speciale ed urgente, anche se solo due anni fa, durante i dibattiti per le presidenziali del 2016, non fu fatta ad alcuno dei candidati una singola domanda sull’argomento. Non e’ che, dalla notte dell’elezione di Trump, le statistiche sulle temperature o la virulenza degli uragani abbiano drammatizzato visibilmente il problema. E’ che la pasionaria Democratico-Socialista Alexandria Ocasio-Cortez ha sparato la ridicola previsione che il mondo finira’ entro il 2030 (mancano 12 anni scarsi!) se non azzeriamo all’istante l’uso della energia prodotta dai fossili (carbone, petrolio, gas), e il gregge dei Democratici ha quindi trovato una battaglia sostitutiva, e obbligata, per il 2020.

Axios, influente website della politica del Palazzo di Washington, lo ha notato mettendo al primo posto, tra gli argomenti di oggi, proprio ”The climate election”. Le elezioni del 2020 avranno il “clima” come bandiera liberal. Per i candidati DEM anti Trump, scrive Alexi McCammond, la peggiore cosa sara’ passare per uno “che ritarda”, che non affronta di petto il problema. Persino il governatore DEM dello Stato di Washington, Jay Inslee, che ha annunciato qualche giorno fa di correre per la Casa Bianca con un programma imperniato sul clima, e’ stato querelato da 13 attivisti perche’ il suo Stato blu “sta causando e contribuendo al cambio di clima promuovendo e implementando un sistema di trasporti e di creazione di energia basata sui fossili”. Lo ha spiegato Andrea Rodgers, l’avvocato che guida la causa.

Stephen O'Hanlon, direttore della comunicazione del Sunrise Movement, un altro gruppo verde, ha detto che “troppo a lungo la gente si e’ auto-complimentata riconoscendo che il cambio di clima e’ reale, ma in effetti ignorando e rifiutando l’urgenza e la severita’ della crisi”.

La pressione degli attivisti verdi e dei militanti radicali Democratici-Socialisti, destinati ad avere un peso decisivo durante le primarie tra i DEM, ha gia’ provocato un impatto tangibile sulle campagne avviate da sei senatori: Kamala Harris, Cory Booker, Kirsten Gillibrand, Elizabeth Warren, Amy Klobuchar e Bernie Sanders sono infatti prontamente diventati co-sponsor del Green New Deal della neo-deputata di 29 anni Ocasio-Cortez, reso celebre dall'obiettivo di "eliminare le emissioni di gas delle vacche". 

di Glauco Maggi

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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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