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Donald Trump, la strategia dell'impeachment è scoppiata in mano ai Dem. A cosa puntano adesso

8 Ottobre 2019

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Donald Trump, la strategia dell'impeachment è scoppiata in mano ai Dem. A cosa puntano adesso

Adesso i whistleblower vanno in coppia, e magari saranno anche  tre o quattro entro qualche giorno. L’avvocato Mark Zaid, che gia’ rappresentava l’agente della Cia distaccato alla Casa Bianca (questo si sa di lui, grazie al NYT), firmatario della “lamentela” contro Trump per la telefonata con il leader ucraino, ieri ha detto di rappresentare un secondo whistlerblower sull’affare Ucraina.

Il primo, era stato reso noto, non aveva materialmente assistito alla telefonata e aveva steso un rapporto basandosi dei “sentiti dire” di altri dello staff di Trump che si trovavano attorno alla scrivania, o che avevano parlato con altri  che erano stati attorno alla scrivania. In sostanza, era un editoriale critico del presidente, anonimo come l’editoriale che era uscito sul NYT a firma di un aiutante della Casa Bianca infedele. Sono dimostrazioni, anche se non se ne sentiva il bisogno, che lo “stato profondo” (pro Democratico) e’ vivo e bene insinuato nelle stanze del potere (quando l’amministrazione e’ nelle mani del GOP).

Trump, sentendosi con la coscienza a posto a proposito dello scambio con il presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy, aveva rilasciato a tempo di record la trascrizione stenografica, una mossa che i deputati DEM della Inquisizione congressuale non si aspettavano tanto immediata. A loro avrebbe fatto comodo che Trump mantenesse segreta la chiacchierata, cosi’ da poterlo accusare di copertura (cover up) di parole e azioni incriminanti. Infatti, prima che il testo fosse divulgato da Trump, Nancy Pelosi e il suo attack dop Adam Schiff avevano gia’ fatto sapere che sarebbe stata lanciata la procedura di impeachment, motivandola con il “quid pro quo” che sarebbe stato imposto a Zelensky: o indaghi sulle azioni corrotte dei Biden in Ucraina, quando il babbo era vicepresidente di Obama con la delega per l’Ucraina e il figlio Joe era membro del board della societa’ di gas naturale Burisma pagato 50mila dollari -AL MESE - con contratto quinquennale, oppure l’Ucraina si scorda i milioni di dollari di aiuti che erano gia’ stati stanziati. L’accusa pesantissima era che Trump si era servito dei soldi pubblici USA per ricattare un capo di stato estero con il fine elettorale di danneggiare un concorrente DEM per la Casa Bianca nel 2020. Rendere pubblici i colloqui riservati a livello della piu’ alta diplomazia sarebbe una cosa da non fare mai: quali capi di stato e di governo, dopo un simile precedente, parleranno piu’ con un presidente americano in piena liberta’, sapendo che le loro parole possono finire di dominio pubblico? Ma Trump non aveva scelta. “La mia e’ stata una telefonata perfetta”, si era subito difeso, e in pochissimi giorni si e’ assicurato il permesso di Zelensky a rilasciarla. Ottenuto il suo OK, l’ha resa pubblica.

Ora non c’e’ piu’ alcun mistero: dallo scambio non emerge alcun “ quid pro quo”, non si parla di rallentare gli aiuti finanziari a Kiev. Al tempo della telefonata, in luglio, Zelensky nemmeno sapeva del ritardo, che Trump aveva deciso ritenendo che gli altri paesi europei non facessero abbastanza per l’Ucraina. Comunque, il fatto e’ che Trump non ne aveva parlato con Zelensky (per la cronaca, qualche settimana dopo i soldi USA sono stati dati come previsto alla Ucraina). 

La strategia dell’impeachment affidata al primo whistlerblower e’ insomma scoppiata in mano ai DEM, che pero’ la considerano come l’unica percorribile dopo il fiasco i Russiagate e del rapporto Mueller che ha esonerato Trump dalla collusione e dalla ostruzione. Per questo, adesso, pensano alla moltiplicazione dei whistlerblower, anche se e’ sempre piu’ assurda dopo che l’America ha letto la telefonata parola per parola. Che nel testo non ci siano frasi incriminanti e’ provato da un altro fatto: quando Schiff, presidente della Commissione dei Servizi della Camera, ha aperto qualche giorno fa in Congresso l’interrogatorio del Direttore della Intelligence Nazionale a cui era stata inoltrata la prima denuncia del whistlerblower, anziche’ citare le parole vere di Trump e del suo interlocutore ucraino, ha inventato di sana pianta uno scambio, che ha poi definito una “parodia”. Era quello che i DEM avrebbero voluto sentire, non la verita’.

Ora, che cosa puo’ aggiungere di incriminante un secondo whistlerblower, oltre alla telefonata, che e’ ormai nota a tutti e che incriminante non e’? Una volta la caratteristica di questa particolare figura di servitore pubblico era di essere un solitario ribelle, uno che aveva visto il marcio commesso dal proprio capo nel proprio ufficio, nel ministero o nell’ente pubblico dove lui, il disgustato travet, era impiegato in posizioni subalterne. Quel whistleblower era una figura utile per far emergere i reati e le pratiche scorrette che altrimenti non sarebbero mai venute alla luce, soffocati dalla omerta’ e dalla paura di ritorsioni, licenziamenti o abbassamenti di grado. Ecco perche’ il Congresso aveva deciso di approvare addirittura una legge bipartisan per proteggere questi individui, le cui denunce avevano una finalita’ positiva per la societa’ ma non dovevano, ovviamente, portare alla loro punizione. Sarebbe stato paradossale infliggere conseguenze negative personali per una attivita’ “nobile”.

Purtroppo si e’ gia’ visto in precedenza come la legge possa finire strumentalizzata a fini impropri. Persino Edward Snower aveva tentato di farsi passare per whistleblower, per aver “smascherato” il governo USA come oppressore delle liberta’ civili. La sua protezione poi lui l’ha trovata prima in Cina e poi a Mosca, che e’ tutto dire.

I “whistlerblower” del caso ucraino (del primo si sa pure che e’ un registrato Democratico) sono protetti dai media e dal partito di Biden, che e’ sempre di piu’ la vittima vera dell’impeachment: piu’ i media e le tv parlano di Ucrainagate contro Trump, piu’ lui attacca i Biden per gli affari in Ucraina, e anche in Cina (dove Hunter Biden ha avuto 1,5 milioni di dollari per il suo hedge fund dieci giorni dopo che con il padre vicepresidente era andato in visita a Pechino). Joe viaggia con il conflitto di interesse attorno al collo, e Trump lo ricorda tutte le volte che parla in pubblico.

di Glauco Maggi

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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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