Narrativa

Amori epistolari al tempo della chat

Paolo Bianchi

Da molti anni Annarita Briganti persegue un proprio ideale di scrittura, fatto di uno stile personale e di storie semiautobiografiche che compongono, finora, una trilogia basata sul suo alter ego Gioia Lieve. Dopo Non chiedermi perché sei nata (Cairo, 2014) e L’amore è una favola (Cairo, 2015), è uscito da poco Quello che non sappiamo (Cairo). Le due parole che mi vengono più in mente, fra le pagine della Briganti, sono “malinconia” e “ottimismo”. La prima è suscitata dalle peripezie sentimentali della protagonista, un’anima (apparentemente) candida, che però continua a credere in valori assoluti come l’amore, la devozione e la fedeltà. E’ una che si lascia andare, il che avviene anche in questa vicenda, iniziata attraverso un malinteso via email fra un certo Paulo e lei, che si presenta con lo pseudonimo di Ginger. Un rapporto che un tempo si sarebbe chiamato epistolare, e che in effetti è qualcosa di molto simile perché basato su emozioni che possono scaturire solo dalla scrittura e dalla reciproca presa di confidenza a cui essa conduce. Paulo vive in Germania, o così dice. Gioia/Ginger a Roma. Se le distanze spengono i fuochi piccoli e alimentano quelli grandi, qui siamo alla seconda ipotesi, per quanto l’infittirsi della relazione virtuale accenda più di un timore in entrambi i personaggi, paura di volare troppo alto. Naturalmente non può essere tutto come appare, o come non appare. Gioia è una donna felice del suo lavoro e del suo successo, ma è anche una persona ferita da almeno due circostanze: la recente morte dei genitori, suicidi anche a causa di un inspiegabile tracollo economico, e il rapporto agonizzante con un certo Mister X, artista di successo (e ideale continuazione del romanzo precedente). La figura di Paulo si va via via delineando in senso sempre più netto, rivelando analogie di vita vissuta. Single incallito e disincantato, si destreggia fra la libertà della sua condizione e l’impulso a calmierare l’inevitabile solitudine. Gioia, che vive la propria condizione sublimandola in un tourbillon di viaggi e vita mondana, ma soprattutto trovando conforto nella scrittura, non può fare a meno di una relazione di natura profonda e intellettuale. La scrittura per lei è ragione di vita, come in parte lo è per l’autrice, avendolo più volte dichiarato nei suoi innumerevoli incontri con i lettori (soprattutto lettrici) in tutta Italia. Del resto a capirlo basterebbe questa frase: “Scrivere è una forma di esposizione, di messa a nudo, un salto nel vuoto. La scrittura sono gli sguardi che ci sono mancati. La scrittura è un territorio arroccato e questo la rende così pericolosa. Scrivere è capire di cosa siamo fatti. Scrivere è decifrare tatuaggi invisibili, interpretare le cicatrici che nascondiamo, che nella maggior parte dei casi risalgono all’infanzia. Scrivere è camminare nudi per strada. La scrittura è il mio tiranno ma anche il mio amante migliore. Scrive per scappare dall’inferno. Si scrive sempre e solo per amore”. Il genere di Annarita Briganti, se proprio la si volesse comprimere in una categoria, è quello della commedia romantica. Ma tutt’altro che disimpegnata. Appare spesso nella pagina un’amarezza che è consapevolezza della distanza fra aspirazioni del cuore e gestione della cruda realtà. Tutt’altro che consolatoria, se non fosse che la fiamma della speranza non si estingue mai.